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News19 Giugno 2026 15:28

Hormuz, 80 mln di barili pronti a salpare ma riaprire non significa ripartire. Italia non si è fatta trascinare in sconfitta. INFOGRAFICA

Roma - Hormuz, 80 mln di barili pronti a salpare ma riaprire non significa ripartire. Italia non si è fatta trascinare in sconfitta. INFOGRAFICA

L’accordo di pace Stati Uniti-Iran sembra vedere un Trump sconfitto nei fatti. Riaprire lo stretto di Hormuz non significa ripartire. Molte le variabili che frenano i flussi e il mercato che mettono a rischio le assicurazioni e portano gli armatori a ponderare con attenzione se il gioco vale la candela. Una storia in cui il presidente degli Usa è rimasto solo – tranne che per quanto riguarda Israele – senza gli alleati europei che non sono così stati trascinati in quella che appare una sconfitta politica ed economica. Tra gli alleati che non si sono fatti trascinare figura anche l’Italia. Contro la quale sembra ora che Trump nutri qualche rancore a seguito dell’intervista che avrebbe rilasciato ad alcuni media nazionali a margine del G7.

PETROLIERE FERME

Nel Golfo Persico ci sono quaranta superpetroliere ferme. A bordo trasportano complessivamente circa 80 milioni di barili di petrolio greggio. Sono pronte a muoversi attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, ma attendono ancora il momento giusto per salpare.
L’immagine restituita dai dati di Vortexa, riportati da Bloomberg, è quella di un mercato energetico che si trova in una fase di sospensione: il petrolio c’è, i compratori anche, ma gli operatori continuano a valutare rischi, costi e prospettive prima di dare il via libera definitivo ai carichi.
Quelle quaranta navi, allineate all’ingresso del Golfo, rappresentano oggi uno dei simboli più evidenti di quanto la geopolitica possa incidere sull’economia globale.

QUARANTA GIGANTI DEL MARE

Le imbarcazioni coinvolte sono principalmente VLCC (Very Large Crude Carrier), le più grandi petroliere utilizzate nel commercio internazionale.
Lunghe oltre 300 metri e capaci di trasportare fino a due milioni di barili ciascuna, costituiscono la spina dorsale del traffico petrolifero mondiale. Secondo le elaborazioni di Vortexa, il carico complessivo delle quaranta navi presenti nell’area raggiunge gli 80 milioni di barili.
Per comprendere la portata di questo volume basta un confronto: si tratta di una quantità sufficiente ad alimentare per settimane alcune delle maggiori economie asiatiche oppure di una quota significativa della domanda giornaliera mondiale.

HORMUZ, IL PUNTO PIU DELICATO DELLA GEOGRAFIA ENERGETICA

Lo Stretto di Hormuz è un tratto di mare lungo poche decine di chilometri che separa Iran e Oman, collegando il Golfo Persico all’Oceano Indiano.
Eppure, nonostante le sue dimensioni ridotte, da qui passa una parte decisiva dell’energia mondiale.
Secondo le stime internazionali, attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio scambiato via mare, oltre a una quota rilevante del gas naturale liquefatto esportato dal Qatar.

Ogni tensione nell’area produce effetti immediati:

aumentano i premi assicurativi per le navi; crescono i costi di trasporto; i prezzi del greggio incorporano un maggiore premio di rischio; •governi e raffinerie rivedono le strategie di approvvigionamento.
Per questo motivo ciò che accade in questo stretto braccio di mare non riguarda soltanto il Medio Oriente.
Si tratta di un equilibrio ancora fragile e non definitivo per la stabilità dei mercati.
Nonostante i segnali di graduale allentamento delle tensioni che hanno caratterizzato gli ultimi mesi nella regione, il ritorno alla normalità non è ancora scontato.

GLI ARMATORI DEVONO VALUTARE RAPPORTI TRA RISCHIO E RENDIMENTO

HORMUZ, LA MAPPA DELLE NAVI

HORMUZ, LA MAPPA DELLE NAVI. INFOGRAFICA

Le compagnie assicurative continuano a monitorare attentamente il livello di rischio nell’area mentre i trader valutano se il rapporto tra rischio e rendimento possa giustificare il transito immediato.

Le autorità dei Paesi esportatori e importatori osservano ogni sviluppo diplomatico con estrema attenzione. Il risultato è una prudenza diffusa che, almeno per ora, impedisce una ripresa piena e simultanea dei flussi.

L’ASIA ATTENDE IL GREGGIO

La maggior parte del petrolio trasportato dalle quaranta superpetroliere è destinata ai mercati asiatici.
Tra i principali destinatari figurano: Cina; India; Giappone e Corea del Sud.
Si tratta di economie fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche e che, nelle fasi di maggiore instabilità, hanno cercato di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento.
L’eventuale arrivo sul mercato di 80 milioni di barili in un arco temporale relativamente breve potrebbe contribuire ad aumentare l’offerta disponibile, alleggerendo le tensioni sui raffinatori e favorendo una maggiore stabilità.

IL FUTURO DEI PREZZI DEL PETROLIO

Gli operatori evitano previsioni definitive, ma alcuni effetti possibili sono già evidenti.
Se i transiti attraverso Hormuz dovessero tornare progressivamente regolari, il mercato potrebbe assistere a una riduzione del premio di rischio geopolitico incorporato nel prezzo del greggio oppure a una maggiore disponibilità di petrolio per i principali importatori. Ma non è da escludere neppure la normalizzazione dei costi di trasporto marittimo con un graduale raffreddamento della volatilità.
Al contrario, eventuali nuovi episodi di instabilità potrebbero invertire rapidamente la tendenza. Il petrolio resta infatti uno degli asset più sensibili agli sviluppi geopolitici.

UNA PARTITA CHE VA OLTRE IL PETROLIO

Gli 80 milioni di barili oggi in attesa nel Golfo Persico raccontano molto più di una semplice dinamica commerciale.
Raccontano il livello di fiducia degli operatori internazionali.
Ogni petroliera ferma rappresenta una decisione non ancora presa: partire subito oppure attendere; assumersi costi più elevati oppure rinviare; scommettere sulla stabilizzazione della regione oppure mantenere un atteggiamento prudente.
In questa partita si muovono interessi enormi. Ci sono gli armatori che devono garantire sicurezza agli equipaggi e sostenibilità economica dei viaggi. Ci sono le compagnie assicurative chiamate a quantificare rischi difficili da prevedere. Ci sono i trader che osservano prezzi e sviluppi diplomatici quasi in tempo reale. E ci sono i grandi Paesi importatori, che devono assicurare continuità energetica alle proprie economie. Le quaranta superpetroliere in attesa davanti a Hormuz sono, in fondo, il riflesso di un mondo che continua a cercare un nuovo equilibrio tra commercio, sicurezza e geopolitica.

UNA STORIA CHE RIGUARDA TUTTI

Può sembrare una vicenda lontana, confinata in un tratto di mare tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.
In realtà, le sue conseguenze arrivano fino alle economie occidentali.
Il prezzo del carburante, il costo dei trasporti, la logistica globale, l’inflazione e le prospettive di crescita economica dipendono anche dalla fluidità di questi passaggi marittimi.
Quando Hormuz si blocca, il mondo trattiene il respiro.
Quando riparte, i mercati tirano un sospiro di sollievo.
Oggi, quelle quaranta petroliere continuano ad aspettare il momento giusto per muoversi. Quando lo faranno, non sarà soltanto la ripresa di una rotta commerciale: sarà un segnale osservato da governi, investitori e consumatori di tutto il mondo.
Perché in quel lembo di mare attraversato ogni giorno da enormi navi cisterna continua a passare una parte fondamentale dell’equilibrio economico globale.

TRUMP PRIMA DI INTRAPRENDERE GUERRA IN IRAN CHE AVREBBE PORTATO IL BLOCCO DI HORMUZ, HA FATTO OPERAZIONE IN VENEZUELA, MAGGIOR DETENTORE AL MONDO DI BARILI PRONTA CONSEGNA

Certo, anche vero che Trump – prima di intraprendere la guerra in Iran che avrebbe causato il blocco di Hormuz – ha fatto l’operazione in Venezuela, guarda caso il paese maggior detentore al mondo di barili di petrolio: 300 miliardi.

www.ageei.eu

www.governo.it

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Fonti: Bloomberg, dati Vortexa sui flussi petroliferi; elaborazioni su traffici energetici internazionali e sul ruolo strategico dello Stretto di Hormuz