Roma - Attacco all’Iran: con la chiusura dello Stretto di Hormuz la guerra diventa economica. INFOGRAFICA
Alle 7.30, ora italiana, di sabato 28 febbraio, è iniziato l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti ed Israele. Come già avvenuto a giugno, nella “guerra dei dodici giorni”, la supremazia aerea, tecnologica e di intelligence di Washington e Tel Aviv si è rivelata determinante, permettendo ai due dispositivi militari di colpire duramente.
Tra i colpi più strategicamente rilevanti c’è stato l’assassinio di Alì Khamenei, guida suprema dell’apparato politico-teocratico iraniano, raggiunto da un attacco aereo israeliano sulla base di precise indicazioni da parte della Cia. La morte di Khamenei, insieme a quella di altri importanti elementi di spicco – politici e militari – della classe dirigente iraniana, hanno confermato l’enorme capacità delle due potenze di colpire con precisione ed efficacia pressochè ovunque.
OBIETTIVI DELL’ATTACCO
La morte di Khamenei, obiettivo dichiarato soprattutto da parte di Israele, è rappresentativa di uno degli obiettivi di questa operazione militare:un “regime change” in Iran, che il governo israeliano vede come l’unica strada per ridimensionare definitivamente le ambizioni iraniane di mantenere lo status di potenza regionale. Oltre ad un cambiamento della guida politica, con l’insediamento di un governo molto più “docile”, obiettivi dichiarati di Usa ed Israele sono l’azzeramento del programma nucleare e la drastica riduzione dell’arsenale di missili balistici a disposizione di Teheran.
RISPOSTA DELL’IRAN
La risposta iraniana si è subito concretizzata con il lancio di missili, razzi e droni che stanno colpendo Israele, ma anche i paesi arabi “colpevoli” di ospitare basi ed infrastrutture statunitensi: ad essere colpiti dalla riposta iraniana sono stati, infatti il quartier generale della Quinta Flotta della Marina Usa in Bahrein, le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, Dubai e l’Arabia Saudita. Il rischio evidente di questa decisione strategica delle forze armate iraniane potrebbe essere quello di regionalizzare il conflitto.
LO STRETTO DI HORMUZ
Un’altra reazione, quasi immediata, dell’Iran è stata la temuta chiusura al traffico marittimo dello Stretto di Hormuz, punto strategico situato tra il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman. L’accesso allo Stretto è vitale per le esportazioni dei principali produttori petroliferi del Golfo, inclusi Arabia Saudita, Emirati e Iraq, oltre allo stesso Iran.
Ad oggi sono almeno 150 le petroliere bloccate all’imboccatura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui è transitato – solo nel 2024 – il 16,7% del flusso globale di materie prime e prodotti liquidi. Un danno enorme al commercio mondiale di petrolio e gas, a partire dal fatto che la chiusura dello Stretto ha, come conseguenza immediata, l’innalzamento dei prezzi del petrolio e del gas. Alla riapertura dei mercati, questa mattina, il petrolio registra un +9% con un prezzo al barile che sfiora gli 80 dollari, e la prospettiva di sfiorare presto quota 100.
CONSEGUENZE ECONOMICHE GLOBALI E CRISI ENERGETICA
Chi ci rimette? Oltre ai paesi produttori, tra cui lo stesso Iran, i paesi che maggiormente garantiscono i loro approvvigionamenti energetici attraverso il canale di Hormuz sono i grandi importatori asiatici, con in testa Cina ed India, seguiti da Giappone e Corea del Sud.
Pechino è il principale destinatario del flusso di petrolio e gas che transita attraverso Hormuz, ed un blocco prolungato colpirebbe duramente il suo apparato industriale.
India, Giappone e Corea del Sud dipendono comunque in maniera determinante dalle forniture che passano per lo Stretto, la cui chiusura prolungata andrebbe a determinare un’emergenza per il fabbisogno energetico quotidiano.
A parte l’innalzamento del prezzo di petrolio e gas, per l’Europa ed in generale il “blocco occidentale”, i danni potrebbero essere meno rilevanti: resta infatti aperto ed a disposizione del traffico navale il Canale di Suez, attraverso cui transita il 12% del commercio mondiale, il 30% dei container, il 10% dei prodotti petroliferi raffinati, l’8% del GNL, il 5% del petrolio greggio.
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