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News22 Luglio 2026 16:51

Guerre asimmetriche: dalla Russia agli Usa, ecco perché il più forte non vince sempre 

Roma - Guerre asimmetriche: dalla Russia agli Usa, ecco perché il più forte non vince sempre 

Davide contro Golia: è il riferimento (biblico) più comune ogni volta che si deve descrivere lo scontro tra la forza bruta preponderante e l’intelligenza, l’astuzia e la strategia che premiano il più debole contro il più forte. Ma è davvero così facile, per chi è più debole, avere la meglio su un avversario più forte, più potente, più armato? Nella storia dei conflitti moderni, sorprendentemente, avviene più spesso di quel che si possa immaginare: possedere più uomini, più carri armati, più missili non garantisce affatto la vittoria, né tantomeno una vittoria rapida. Sono le cosidette guerre asimmetriche, scontri tra attori con capacità militari, risorse e spesso anche natura (Stato contro Stato, Stato contro milizia) profondamente diseguali, in cui il più debole compensa lo svantaggio quantitativo con tattiche, tecnologia mirata, resilienza sociale e sostegno esterno.

Tre casi recenti — la guerra tra Russia e Ucraina, il confronto tra Israele e Iran e, ancora più estremo, quello tra Stati Uniti e Iran — offrono varianti diverse dello stesso fenomeno: eserciti nettamente diseguali sulla carta, ma incapaci di trasformare quella disparità in una vittoria netta e veloce.

UCRAINA-RUSSIA: LA SPROPORZIONE DEI NUMERI

Sul piano puramente statistico, il confronto tra Mosca e Kiev non lascia dubbi. Nel 2021, alla vigilia dell’invasione, la spesa militare russa era circa dieci volte quella ucraina, mentre il Pil di Mosca superava di quasi dieci volte quello di Kiev. All’inizio dell’invasione, la Russia poteva contare su circa due milioni di militari tra effettivi e riservisti, a fronte di forze ucraine molto più ridotte. Mosca resta oggi, per dimensione dell’arsenale, seconda solo agli Stati Uniti sul piano qualitativo e prima al mondo su quello numerico.

Più di quattro anni dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala, i rapporti di forza sul terreno restano schiaccianti a favore di Mosca: secondo analisi militari recenti, il rapporto tra soldati russi e ucraini schierati in prima linea è di quasi 3 a 1, con oltre 400.000 soldati russi contro circa 250.000 ucraini al fronte. Anche sul fronte finanziario la Russia continua a investire cifre enormi: il bilancio federale 2026 destina alla difesa circa 167 miliardi di dollari, pari al 38% della spesa pubblica totale, la quota più alta dalla fine dell’Unione Sovietica — un livello di spesa che secondo alcune analisi economiche sta consumando il futuro dell’economia russa, tanto che nel primo trimestre 2026 il Pil si è contratto.

Eppure, nonostante questa sproporzione di uomini e mezzi, il fronte si muove di pochissimo. Secondo dati citati dal New York Times, in alcuni tratti della linea di contatto l’avanzata russa non supera i 50 metri al giorno, e in alcune settimane recenti la Russia ha perso più territorio di quanto ne abbia conquistato, con una perdita netta di circa 400 chilometri quadrati tra aprile e maggio 2026 — le prime perdite mensili nette dall’agosto 2024. Per mantenere il numero di truppe al fronte, Mosca ha dovuto ricorrere a misure eccezionali, inclusa la prima leva obbligatoria dalla Seconda guerra mondiale e l’arruolamento di detenuti.

IRAN-ISRAELE: LA STESSA LOGICA, RIBALTATA

Il confronto tra Israele e Iran mostra un’asimmetria di segno diverso, ma altrettanto significativa. Israele è, per qualità tecnologica, uno degli eserciti più sofisticati al mondo: circa 170mila soldati attivi e quasi mezzo milione di riservisti mobilitabili in poche ore, un’aviazione basata sui caccia stealth F-35, capacità cyber e di intelligence tra le più avanzate del pianeta, il tutto unito ad una dipendenza stretta dal sostegno statunitense per munizioni, tecnologia e logistica.

L’Iran, sul piano tecnologico, appare arretrato: la sua aviazione, ad esempio, si basa ancora in parte su velivoli datati come MiG, F-4 e Su-24. Ma Teheran compensa con altri due fattori tipici delle strategie asimmetriche. Il primo è la massa: un esercito, tra forze regolari e paramilitari, che supera i 600mila effettivi, inclusi i Basij e i Guardiani della Rivoluzione. Il secondo, ancora più decisivo, è la deterrenza missilistica: oltre 3mila missili balistici e da crociera, con gittate tra 300 e 2.500 chilometri, capaci di colpire qualsiasi punto di Israele e le basi americane nel Golfo. A questo si aggiunge una rete di alleati non statali — Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, milizie sciite in Iraq — capace di aprire fronti multipli lontano dal territorio iraniano, diluendo la superiorità tecnologica israeliana su più teatri contemporaneamente.

Il risultato, nella “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 — il primo scontro diretto e ad alta intensità tra i due Paesi, con tanto di primo bombardamento statunitense su suolo iraniano della storia recente — non è stata una vittoria netta di nessuna delle due parti: al termine del conflitto, secondo diverse analisi, la situazione strategica è apparsa sostanzialmente tornata al punto di partenza.

IRAN CONTRO STATI UNITI: L’ASIMMETRIA ESTREMA

Se il confronto con Israele mostra già un netto squilibrio tecnologico, quello tra Iran e Stati Uniti porta l’asimmetria a un livello quasi incomparabile. Washington resta, sotto ogni parametro, la prima potenza militare del pianeta: un bilancio della difesa che supera gli 850 miliardi di dollari l’anno, più della somma dei bilanci militari di molti Paesi messi insieme, circa 1,3 milioni di militari attivi e una rete di basi in oltre settanta Paesi. Non è solo una questione di numeri: è soprattutto la capacità americana di proiettare forza in qualunque angolo del globo — dalle portaerei agli aerei da guerra elettronica — a fare la differenza rispetto a un esercito regionale.

L’Iran, di fronte a questa potenza, si colloca su una scala completamente diversa: un bilancio militare che oscilla tra i 20 e i 30 miliardi di dollari l’anno e circa – come detto – 600mila effettivi, senza armi nucleari operative, senza una marina d’altura né un’aviazione paragonabile a quella statunitense. In termini di quota sulla spesa militare mondiale, il divario è ancora più netto: l’Iran rappresenta appena lo 0,3% della spesa militare globale, contro il 37% degli Stati Uniti, per un rapporto di oltre cento a uno.

Eppure anche in questo caso l’estrema sproporzione non si è tradotta in una vittoria rapida o a costo zero per la superpotenza. Quando, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco congiunto contro l’Iran, Teheran ha risposto colpendo le basi americane nella regione: droni iraniani hanno raggiunto l’aeroporto internazionale del Kuwait, la base aerea di Ali Al Salem e l’avamposto di Camp Buehring, mentre diverse navi sono state colpite nello stretto di Hormuz, uno dei canali più importanti del commercio petrolifero mondiale, con ripercussioni sui prezzi dell’energia fin qui in Europa. Il conflitto ha inoltre prodotto un episodio di fuoco amico, con tre caccia F-15E statunitensi abbattuti per errore dalle forze armate del Kuwait: anche l’esercito tecnologicamente più avanzato al mondo resti esposto a errori e costi imprevisti quando opera in un teatro ostile e frammentato.

Il punto è lo stesso già emerso nel confronto Iran-Israele, semplicemente amplificato: Teheran non punta a vincere uno scontro convenzionale — impossibile contro Washington — ma a rendere il conflitto costoso a sufficienza, sul piano militare, economico ed energetico globale, da scoraggiare un’escalation totale. È una strategia di deterrenza asimmetrica basata su missili, proxy regionali e capacità di colpire infrastrutture strategiche come Hormuz, più che su un reale equilibrio di forze.

PERCHÉ IL PIÙ FORTE NON VINCE: LE RAGIONI DELLO STALLO

Cosa spiega, in casi così diversi tra loro, la stessa dinamica di stallo tra contendenti di forza nominale molto diseguale? Gli studiosi di strategia militare indicano generalmente alcuni fattori ricorrenti.

Il costo dell’attacco supera quello della difesa. In un conflitto convenzionale ad alta intensità come quello ucraino, chi avanza deve esporsi: droni da ricognizione, artiglieria di precisione e mine rendono ogni avanzata sul terreno lentissima e costosissima in termini di perdite, anche per l’esercito numericamente superiore. La superiorità numerica russa non si traduce in velocità di avanzata perché la tecnologia difensiva — droni FPV, sistemi anticarro portatili, intelligence satellitare occidentale — ha eroso il vantaggio della massa.

La deterrenza asimmetrica. Nel caso iraniano, non serve vincere uno scontro convenzionale per rendere un attacco troppo costoso da sostenere: bastano poche migliaia di missili capaci di colpire infrastrutture critiche, unite alla minaccia di aprire fronti multipli tramite alleati regionali, per costringere l’avversario tecnologicamente superiore a calcoli molto prudenti.

I limiti economici della guerra prolungata. Anche l’attore militarmente superiore ha un tetto di sostenibilità: la spesa militare russa, arrivata al 38% del bilancio federale, sta gravando pesantemente sull’economia del Paese, segno che la superiorità sul campo si paga anche fuori dal campo di battaglia, e che una guerra di logoramento erode risorse pure a chi la sta “vincendo” sulla carta.

La resilienza sociale e politica. Un esercito più piccolo ma sostenuto da una popolazione motivata a resistere — come dimostrato dall’Ucraina fin dal 2022, ma paradossalmente anche dall’Iran, che “grazie” agli attacchi di Usa ed Israele ha per il momento normalizzato uno stato di enorme tensione interna — può sostenere perdite e privazioni molto più a lungo di quanto suggerirebbero i soli rapporti di forza numerici.

NON SOLO UCRAINA E IRAN: UNA LOGICA RICORRENTE

La dinamica non è nuova. Dal Vietnam all’Afghanistan, passando per le guerre di Israele contro Hezbollah in Libano nel 2006, la storia militare contemporanea è piena di casi in cui l’attore tecnologicamente e numericamente superiore non è riuscito a imporre una vittoria decisiva contro un avversario capace di logorarlo nel tempo, sfruttare il territorio, il sostegno popolare o l’appoggio di potenze terze. È la lezione, per certi versi paradossale, della guerra asimmetrica: la forza bruta resta un fattore decisivo, ma da sola — senza il tempo, il consenso interno e il sostegno internazionale — raramente basta a vincere.

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