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Difesa20 Luglio 2026 15:22

Guerra in Iran, l’acqua come il petrolio. La nuova arma dell’Iran per la strategia della sete nel Golfo. INFOGRAFICA

Guerra in Iran, l’acqua come il petrolio. La nuova arma dell’Iran per la strategia della sete nel Golfo. INFOGRAFICA
Non più soltanto basi militari, petroliere, porti e raffinerie. Nella nuova escalation tra Iran e Stati Uniti, l’acqua potabile è entrata pienamente nel campo di battaglia.

Per il secondo giorno consecutivo, il Kuwait ha denunciato un attacco contro un impianto destinato alla produzione di energia e alla desalinizzazione dell’acqua marina. Il raid ha provocato un incendio e colpito direttamente un’infrastruttura civile essenziale. Nelle stesse ore, le sirene sono tornate a suonare in Bahrein, mentre l’esercito del Kuwait ha annunciato l’intercettazione di nuovi droni ostili.

Gli attacchi del 17 e del 19 luglio non rappresentano soltanto un ulteriore episodio della guerra regionale. Segnalano un possibile cambio di qualità nella strategia iraniana: colpire non soltanto la capacità militare e le esportazioni energetiche degli alleati di Washington, ma anche le infrastrutture che rendono materialmente possibile la vita nelle città del Golfo.

DUE ATTACCHI IN POCHI GIORNI

Il primo raid è stato segnalato venerdì 17 luglio. Un attacco iraniano ha raggiunto una grande centrale elettrica collegata a un impianto di desalinizzazione in Kuwait, danneggiando diversi gruppi di generazione e provocando un incendio.

Le autorità hanno dichiarato di aver contenuto le fiamme e attivato i piani di emergenza per evitare interruzioni nella distribuzione di acqua ed energia. Il dato davvero rilevante, però, è un altro: l’impianto colpito è uno dei nodi fondamentali del sistema idrico di un Paese che ricava dalla desalinizzazione quasi tutta la propria acqua potabile. Domenica 19 luglio l’infrastruttura è stata nuovamente presa di mira. Il governo del Kuwait ha parlato di un attacco diretto contro strutture civili vitali e ha accusato l’Iran di una pericolosa escalation.

La ripetizione del raid è l’elemento più significativo. Un singolo attacco può essere attribuito a un errore, a una mancata intercettazione o alla vicinanza tra una centrale civile e altri obiettivi strategici. Due attacchi consecutivi, invece, suggeriscono la volontà di mantenere sotto pressione il sistema idrico ed elettrico kuwaitiano.

NON SOLO ACQUA, MA ENERGIA

Nel Golfo, acqua ed energia sono strettamente collegate. Molti impianti di desalinizzazione sono costruiti accanto alle centrali elettriche e funzionano come strutture integrate. Il calore o l’elettricità prodotti dalla centrale vengono utilizzati per separare il sale dall’acqua marina e immettere acqua potabile nelle reti urbane.
Questa integrazione aumenta l’efficienza, ma crea anche una vulnerabilità evidente. Non è necessario colpire direttamente le vasche o le membrane di desalinizzazione: è sufficiente danneggiare i generatori, le prese d’acqua marina, le stazioni di pompaggio o le linee elettriche per interrompere l’intero processo. Nel raid contro il Kuwait, gli attacchi hanno danneggiato numerose unità di produzione elettrica. Anche qualora la sezione idrica non fosse stata completamente distrutta, la perdita di energia può ridurre o bloccare la produzione di acqua potabile.

È questa interdipendenza a rendere i dissalatori obiettivi particolarmente sensibili. Un solo attacco può produrre contemporaneamente blackout, carenze idriche, difficoltà industriali e problemi per ospedali e servizi pubblici.

LA VULNERABILITA DEL KUWAIT

Il Kuwait è uno degli Stati più aridi del mondo. Le precipitazioni sono scarse, le riserve naturali di acqua dolce limitate e la maggior parte dei consumi urbani dipende dalla trasformazione dell’acqua del Golfo.
Circa il 90 per cento dell’acqua potabile del Paese proviene dalla desalinizzazione. La dipendenza è elevata anche in Oman, dove raggiunge approssimativamente l’86 per cento, e in Arabia Saudita, dove si colloca intorno al 70 per cento.

Senza questi impianti, città costruite e cresciute nel deserto non potrebbero sostenere gli attuali livelli di popolazione, attività industriale e consumo. La questione, dunque, non riguarda soltanto il Kuwait. Lungo le coste del Golfo si trovano centinaia di impianti di desalinizzazione, molti dei quali sono nel raggio operativo dei missili e dei droni iraniani.
L’elevata concentrazione della produzione amplifica il rischio. Secondo una valutazione statunitense citata dall’Associated Press, oltre il 90 per cento dell’acqua desalinizzata della regione sarebbe prodotto da appena 56 grandi impianti. La perdita prolungata di pochi nodi potrebbe quindi provocare una crisi nazionale in diversi Stati.

LA STRATEGIA DELLA SETE

Il messaggio è rivolto contemporaneamente ai governi, alle popolazioni e agli Stati Uniti.

Definire questi attacchi una “strategia della sete” non significa necessariamente sostenere che Teheran voglia lasciare immediatamente milioni di persone senza acqua. La strategia può avere un obiettivo più sottile: dimostrare che la sicurezza quotidiana delle monarchie del Golfo dipende da infrastrutture concentrate, costose e difficili da difendere. Ai governi del Golfo, l’Iran comunica che la presenza di basi americane sul loro territorio può avere un prezzo diretto. Agli Stati Uniti mostra di poter allargare il costo della guerra agli alleati regionali.

Alle popolazioni civili trasmette l’idea che non siano vulnerabili soltanto gli aeroporti o le installazioni militari, ma anche l’acqua, l’elettricità e i servizi essenziali. La pressione psicologica può essere efficace anche senza provocare una vera emergenza idrica. La sola possibilità di un’interruzione può generare acquisti di acqua, timori di razionamento, pressione sulle autorità e rallentamenti economici.

IMPIANTI IDRICI NEL CONFLITTO DA MARZO 

Gli impianti idrici erano già entrati nel conflitto nei primi giorni di marzo. Il Bahrein aveva denunciato danni a un proprio dissalatore causati da un drone iraniano. L’Iran, a sua volta, aveva accusato gli Stati Uniti di aver colpito un impianto sull’isola di Qeshm, causando problemi di approvvigionamento a diversi villaggi. Quegli episodi erano stati inizialmente interpretati come segnali della crescente vulnerabilità delle infrastrutture civili. Gli attacchi di luglio modificano però il quadro. Il dissalatore kuwaitiano è stato colpito mentre Iran e Stati Uniti allargavano deliberatamente le operazioni contro infrastrutture, vie marittime e sistemi energetici.

Il precedente di marzo diventa quindi importante non come centro della notizia, ma come prova di una progressione: prima gli episodi isolati, poi le minacce esplicite, infine gli attacchi ripetuti.

ACQUA E PETROLIO

ACQUA COME IL PETROLIO, ARMA IN GUERRA IN IRAN INFOGRAFICA

ACQUA COME IL PETROLIO, ARMA IN GUERRA IN IRAN INFOGRAFICA

La strategia iraniana sembra muoversi su due piani paralleli.

Il primo riguarda il petrolio e il gas. Teheran continua a mettere in discussione la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una parte decisiva delle esportazioni energetiche mondiali.
Il secondo riguarda l’acqua. Colpendo un dissalatore, l’Iran non esercita pressione direttamente sui mercati internazionali, ma sulla tenuta interna degli Stati arabi alleati di Washington.
Petrolio e acqua diventano così due strumenti complementari: il petrolio serve a internazionalizzare il costo della guerra; l’acqua serve a regionalizzarne il costo umano e politico.

Il RISCHIO DI CONTAMINAZIONE

Esiste inoltre una minaccia meno immediata, ma altrettanto grave. Gli impianti di desalinizzazione dipendono dalla qualità dell’acqua marina aspirata. Sversamenti di petrolio, detriti, sostanze chimiche o residui prodotti dagli attacchi contro petroliere, terminal e raffinerie possono compromettere temporaneamente le prese d’acqua.
Una crisi nello Stretto di Hormuz potrebbe quindi danneggiare i sistemi idrici anche senza un attacco diretto.
Il Golfo Persico è un bacino relativamente chiuso, poco profondo e caratterizzato da un ricambio delle acque limitato. Un grave incidente petrolifero potrebbe costringere più impianti a ridurre o interrompere l’aspirazione, moltiplicando gli effetti degli attacchi militari. La guerra dell’acqua, quindi, non passa soltanto attraverso missili e droni. Può essere combattuta anche alterando l’ambiente marino dal quale dipende la produzione di acqua potabile.

UNA LINEA ROSSA

Il Kuwait ha definito gli attacchi una violazione del diritto internazionale e delle norme che proteggono le infrastrutture civili. Gli impianti idrici godono di una tutela particolare perché la loro distruzione può compromettere la sopravvivenza della popolazione. Un attacco contro una struttura utilizzata esclusivamente per scopi civili può costituire una violazione del diritto dei conflitti armati. La valutazione diventa più complessa quando la desalinizzazione è integrata con una centrale elettrica che alimenta anche installazioni militari. Anche in questo caso, però, chi attacca deve rispettare i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione, valutando il danno prevedibile alla popolazione civile.
Colpire ripetutamente un’infrastruttura dalla quale dipende quasi tutta l’acqua potabile di un Paese pone quindi interrogativi che vanno oltre la normale logica della rappresaglia.

IL MESSAGGIO DEL 20 LUGLIO E LA NONA NOTTE

Le notizie di oggi mostrano che la crisi non si sta attenuando. Gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran per la nona notte consecutiva. L’Iran ha rivendicato attacchi contro basi e infrastrutture statunitensi in Kuwait, Giordania e Siria. In Bahrein sono risuonate nuove sirene e il Kuwait ha intercettato altri droni. Contemporaneamente, la pressione sullo Stretto di Hormuz e sulle infrastrutture idriche rende sempre più difficile separare la guerra militare dalla guerra economica e dalla sicurezza delle popolazioni civili.

La strategia della sete non consiste necessariamente nel chiudere immediatamente i rubinetti del Golfo. Consiste nel trasformare la possibilità stessa di una crisi idrica in uno strumento di deterrenza.
L’Iran sembra voler dimostrare di poter colpire ciò che le monarchie arabe hanno di più prezioso e vulnerabile: non soltanto i pozzi di petrolio che finanziano la loro economia, ma gli impianti che permettono alle loro città di sopravvivere nel deserto. Per decenni il mondo ha osservato il Golfo chiedendosi cosa sarebbe accaduto se si fosse fermato il petrolio.
Gli attacchi di luglio impongono una domanda ancora più inquietante: che cosa accadrebbe se, anche solo per pochi giorni, si fermasse l’acqua?

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