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Difesa16 Marzo 2026 11:21

Difesa, la “democratizzazione” della guerra diventa paradosso: con un drone di Amazon o Aliexpress fai fuori portaerei da miliardi. VIDEOSERVIZIO E INFOGRAFICA 

Roma - Difesa, la “democratizzazione” della guerra diventa paradosso: con un drone di Amazon o Aliexpress fai fuori portaerei da miliardi. VIDEOSERVIZIO E INFOGRAFICA 

L’immagine è diventata quasi un simbolo: primi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina, una colonna di carri armati T-72 avanza su una strada sterrata. Dall’alto un oggetto piccolo, quasi come un rapace in picchiata, si abbatte su uno dei veicoli. Esplosione. Fumo. La colonna si ferma. Il filmato, girato dalla telecamera dello stesso drone che ha effettuato l’attacco, viene caricato su Telegram, poi su YouTube ed in poche ore fa il giro del mondo.

Il drone è un Bayraktar TB2. Costa circa cinque milioni di dollari — più o meno il valore del carro armato che ha appena distrutto. Ma la vera notizia non è il prezzo del Bayraktar. La vera notizia è quello che è successo nei mesi successivi: i militari ucraini hanno iniziato a usare droni commerciali, comprati addirittura su Amazon o AliExpress per poche centinaia di euro, modificati artigianalmente per trasportare una granata, ed hanno ottenuto risultati simili.

Da quel momento la guerra è cambiata. Forse in maniera definitiva.

GUERRA, IL PARADOSSO DRONI MILITARI - INFOGRAFICA

GUERRA, IL PARADOSSO DRONI MILITARI – INFOGRAFICA

DALLA GUERRA FREDDA AI DRONI COMMERCIALI

La storia del drone militare è, in fondo, la storia di una tecnologia che ha impiegato cinquant’anni a uscire dai laboratori segreti e altri vent’anni a diventare accessibile a tutti.

I primi veicoli aerei senza pilota a uso militare nacquero durante la Guerra Fredda. Gli Stati Uniti svilupparono droni da ricognizione già negli anni Sessanta, impiegandoli nelle missioni di sorveglianza sopra la Cina e il Vietnam quando inviare un U-2 con un pilota a bordo era diventato troppo rischioso — dopo che uno di quegli aerei era stato abbattuto nel 1960 nei cieli dell’ Unione Sovietica, scatenando una crisi diplomatica di proporzioni storiche. I droni risolvevano quel problema. Per tre decenni, però, restarono strumenti di élite. Costosi, fragili, difficili da pilotare. Appannaggio esclusivo delle grandi potenze e delle loro agenzie di intelligence.

Il salto qualitativo arrivò alla fine degli anni Novanta con il programma Predator della CIA e dell’USAF. Il Predator MQ-1 era ancora uno strumento di sorveglianza, ma dopo l’11 settembre qualcuno ebbe l’idea di appendergli sotto le ali un paio di missili Hellfire. Nacque così il drone armato come lo conosciamo oggi: un occhio che vede dall’alto e che è anche in grado di colpire, guidato da un pilota seduto in una base a diecimila chilometri dal bersaglio.

Le campagne di targeted killing in Pakistan, Yemen, Somalia e Afghanistan degli anni 2000 e 2010 hanno fatto conoscere al mondo questa nuova forma di guerra: precisa in teoria, controversa nella pratica, capace di colpire un obiettivo in un cortile del Waziristan senza che il pilota si muova dalla sua sedia ergonomica a Creech Air Force Base. Una guerra asettica per chi la conduce, brutale come sempre per chi la subisce.

Ma il vero cambiamento — quello che ha davvero rivoluzionato gli equilibri militari globali — è arrivato dopo, con la diffusione dei droni commerciali.

IL DRONE E LA GUERRA ASIMMETRICA

GUERRA, IL PARADOSSO DEI DRONI

GUERRA, IL PARADOSSO DEI DRONI

Un paragone che può essere molto esplicativo è con la telefonia mobile. Negli anni Ottanta, il cellulare era un oggetto da ricchi, pesante come un mattone e costoso come un’automobile. Trent’anni dopo, praticamente chiunque poteva avere in tasca più potenza di calcolo di quanto ne avesse l’intera NASA nel 1969. La tecnologia si era democratizzata, e con essa il potere di comunicare.

Con i droni è accaduta la stessa cosa, con un’accelerazione vertiginosa.

Il Predator costava decine di milioni di dollari e richiedeva una squadra di tecnici specializzati per essere gestito. Il Bayraktar TB2 turco — che ha dimostrato la sua letale efficacia in Libia, Siria, Nagorno-Karabakh e Ucraina — costa circa cinque milioni di dollari, ed è abbordabile per dozzine di paesi che non avrebbero mai potuto permettersi un cacciabombardiere di quinta generazione. Il drone FPV modificato con cui un soldato ucraino colpisce un veicolo nemico costa qualche centinaio di euro.

Questa compressione di costi ha avuto conseguenze strategiche enormi, e le stiamo vedendo in tempo reale.

Nel conflitto in Nagorno-Karabakh del 2020, l’Azerbaigian ha usato massicciamente i Bayraktar TB2 e i droni kamikaze israeliani Harop per distruggere sistemi di difesa aerea, artiglieria e veicoli corazzati armeni in modo sistematico e quasi unilaterale. L’Armenia, pur dotata di un esercito convenzionale più numeroso in alcune componenti, non aveva la capacità di rispondere efficacemente. In poche settimane, la guerra era finita.

In Yemen, i ribelli Houthi — gruppo paramilitare con risorse infinitamente inferiori a quelle dell’Arabia Saudita — nel 2019 hanno colpito con droni e missili le raffinerie Aramco, bloccando temporaneamente il 5% della produzione mondiale di petrolio. Hanno attaccato ripetutamente il territorio saudita con sciami di droni a basso costo. Hanno persino colpito navi commerciali nel Mar Rosso, costringendo le compagnie di navigazione internazionale a costose deviazioni di rotta. Un gruppo armato non statale, pur sostenuto dall’Iran ma formalmente indipendente, con gli strumenti della guerra asimmetrica è riuscito a creare una crisi economica globale.

In Ucraina il laboratorio, da questo punto di vista, è ancora aperto. La Russia ha impiegato gli Shahed-136 iraniani in campagne sistematiche contro le infrastrutture energetiche, lanciandone a volte decine nella stessa notte per saturare le difese. Ogni Shahed costa tra i venti e i cinquantamila dollari. Ogni missile intercettore che lo abbatte ne costa dieci o venti volte di più. È una guerra di attrito economico, oltre che militare.

ASIMMETRIA DEI COSTI

GUERRA, I COSTI DEI DRONI

GUERRA, I COSTI DEI DRONI

Questa è forse la trasformazione più profonda che i droni abbiano introdotto nella strategia militare: l’inversione dell’equazione costo-danno.

Per secoli, la guerra convenzionale ha favorito chi poteva spendere di più. Costruire una flotta di cacciabombardieri, addestrare piloti, mantenere una catena logistica globale: tutto questo richiedeva economie nazionali solide e investimenti decennali. La superiorità militare era sostanzialmente correlata alla superiorità economica.

I droni a basso costo rompono questa correlazione. Uno Shahed iraniano — un drone a elica mosso da un motore motociclistico, con un carico esplosivo di trenta chili e un sistema di navigazione GPS elementare — può essere prodotto per venti o trentamila dollari. Un sistema missilistico Patriot che lo abbatte costa tra uno e quattro milioni di dollari per intercettore. Una semplice moltiplicazione rivela il problema: se il difensore esaurisce prima le scorte di intercettori, perde.

IL PARADOSSO DELLA SUPERPORTAEREI

Una superportaerei nucleare americana può essere considerata di fatto invulnerabile?

Le portaerei della classe Nimitz e Gerald Ford sono i simboli più potenti della proiezione militare americana. Lunghe trecentotrenta metri, dotate di decine di aerei da combattimento, protette da uno schermo di incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini. Costano tra i 12 e i 14 miliardi di dollari ciascuna.

Quanto costerebbero i droni necessari per neutralizzarla?

Una portaerei classe Gerald Ford dispone di sistemi di difesa ravvicinata eccezionali. In teoria, può intercettare decine di minacce simultaneamente. In pratica, ogni sistema ha limiti fisici di cadenza di fuoco, angolo di copertura, capacità di ricarica.

Uno sciame coordinato di diverse centinaia di droni kamikaze — lanciati simultaneamente da direzioni diverse per saturare le difese — potrebbe teoricamente sopraffare queste capacità difensive. Con droni analoghi agli Shahed a cinquantamila dollari l’uno, qualche centinaio di unità costerebbero tra i dieci e i cinquanta milioni di dollari. A fronte di una nave da quattordici miliardi.

IL RAPPORTO E’ MILLE A UNO

GUERRA, I COSTI COMPARATI DEI DRONI PER CATEGORIA

GUERRA, I COSTI COMPARATI DEI DRONI PER CATEGORIA

Non è fantascienza. Nel 2022, un drone navale ucraino ha attaccato e danneggiato la nave russa Olenegorsky Gornyak nel porto di Novorossiysk. Nel 2024, le navi da guerra americane nel Mar Rosso hanno dovuto intercettare decine di missili e droni Houthi quasi quotidianamente — consumando riserve di intercettori a un ritmo che ha allarmato i pianificatori della US Navy.

La guerra per secoli ha avuto una sua logica ferrea, confermata quasi sempre dalla realtà: i grandi battono i piccoli, i ricchi battono i poveri, chi ha più acciaio e più benzina sopravvive più a lungo.

Il drone ha cominciato a incrinare questa logica. La soglia di accesso alla potenza di fuoco significativa si è abbassata, ed un paese con un PIL imparagonabile a quello di una grande potenza può oggi costruire un arsenale di droni capace di procurare danni assolutamente significativi ad un avversario molto più ricco. Il paradosso della portaerei non è solo una provocazione retorica. Venti dollari contro un miliardo. Chi vince? La risposta non è più così scontata.

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