Roma - “Dall’esame della bozza del Decreto Legislativo recante “Disposizioni integrative e correttive al Decreto Legislativo 31 marzo 2023, N. 36”, preoccupa non poco la ipotesi di modifica al regime di qualificazione dei consorzi stabili che si vorrebbe introdurre, poiché costituisce l’evidente retaggio di una distorta visione dell’istituto, mai sopita nonostante le chiare scelte operate dal Codice medesimo, e sistematicamente riproposta sotto varie forme aventi quale comune denominatore il tentativo di depotenziare ed azzerare tale forma di aggregazione”, scrive in una nota l’Ucsi.
“All’art. 22 della bozza di Decreto, recante modifica all’art. 67 del Codice, si prevede che i consorzi stabili, per gli appalti di lavori, si qualificano:
1) sulla base dei requisiti posseduti in proprio dal consorzio;
2) sulla base dei requisiti posseduti dalle singole imprese consorziate designate per l’esecuzione delle prestazioni;
3) sulla base dei requisiti posseduti delle singole imprese consorziate non designate per l’esecuzione del contratto, mediante avvalimento ai sensi dell’articolo 104.
Tale soluzione troverebbe giustificazione nella necessità di garantire parità di armi ai concorrenti.
Nel rimarcare la contrarietà dell’UCSI a simile modifica, poiché volta invero a deprivare di ogni utilità la figura dei consorzi stabili, non può non segnalarsi la miopia, la scarsa ragionevolezza e l’assenza di visione strategica e di consapevole politica industriale da cui muove”.
Sotto un primo profilo, trattasi si opzione già introdotta nell’ordinamento (ancorché mai entrata a regime) dal D.Lgs. 56/2017 (ossia, dal correttivo al codice 50) che recava pressochè identica (anche se meno dolorosa) revisione, volta a ridurre, in buona sostanza, l’istituto dei consorzi da strumento pro-concorrenziale di aggregazione e di crescita della piccola e media impresa ad una sorta di avvalimento (nel 2017) operante implicitamente ed ora per via di specifico contratto di volta in volta sottoscritto (ex art. 104)
Piace ricordare che all’epoca fu proprio un Governo composto anche dal Ministro Salvini che, con il cd. decreto “Sblocca Cantieri”, cancellò simile previsione e scempio, confermando il regime di qualificazione tradizionale dei consorzi.
Ciò, proprio sulla scorta di una più attenta riflessione sulle criticità derivanti da tale norma (laddove riduceva il regime del cumulo alla rinfusa ed il funzionamento del consorzio stabile ad un “semplice avvalimento” dei requisiti), nonché di una migliore considerazione della funzione pro-concorrenziale svolta dai consorzi stabili.
Dunque, già il D.L. 32 del 18 aprile 2019 (cd “Sblocca cantieri”), convertito con legge n. 55/2019, ha inteso confermare per i consorzi stabili il regime qualificatorio del cumulo alla rinfusa (salvo rimettere la disciplina di dettaglio al regolamento di cui agli art. 83, comma 2, e 2016, comma 27-octies), in quanto operazione conforme alla natura mutualistica del patto consortile, proprio “allo scopo di porre fine alle incertezze interpretativo-applicative sulla norma in questione, in favore di una più ampia partecipazione dei consorzi stabili alle gare pubbliche. Va aggiunto che la modifica introdotta dal D.L. 32/2019 ha inteso “chiarire la disciplina dei consorzi stabili onde consentire l’operatività e sopravvivenza di tale strumento pro-concorrenziale” (cfr. la relazione di accompagnamento al decreto).”
La scelta operata nel 2019 è stata poi ulteriormente messa in discussione per via giurisprudenziale (invero da una parte minoritaria della giurisprudenza) riaprendo il dibattito che ha poi condotto all’adozione del Nuovo Codice dei Contratti che, nella consapevolezza dell’importanza delle funzioni pro-concorrenziali ed aggregative svolte dai consorzi stabili, ha operato in una duplice direzione:
i. per il passato, con l’art. 225, comma 13, dove con norma interpretativa si è chiarita definitivamente e la persistenza del tradizionale regime di qualificazione (del cumulo alla rinfusa) anche sotto la vigenza del previgente codice;
ii. pro futuro, confermandosi all’art. 67 che il consorzio stabile, nel settore dei lavori, si qualifica mediante sommatoria dei requisiti (anche SOA) di tutte le sue consorziate, le quali ove designate in gara beneficiano della copertura qualificatoria del consorzio.
Ora, tale scelta netta, confermata nel 2019 e ribadita appena un anno fa, viene oggi irrazionalmente ad essere riconsiderata, tuttavia, a giudizio dell’Associazione, in modo estremamente riduttivo e privo di concreta e ragionevole giustificazione.
Più che una chiara e meditata scelta di politica industriale, infatti, è da considerarsi come un inatteso “sgambetto” a vantaggio di qualcuno, o più benevolmente quale inconsapevole (deve ritenersi) danno autoinflitto dal Legislatore “tecnico” al sistema dei lavori pubblici ed all’economia nazionale.
E’ incontestata la funzione pro-concorrenziale propria dei consorzi stabili, concretizzantesi nella possibilità loro tramite accordata alle piccole e medie imprese, autonomamente prive di requisiti sufficienti per concorrere a buona parte delle procedure di evidenza pubblica, di prendervi parte attraverso la copertura qualificatoria e tecnica offerta dal consorzio, che a tal fine cumula i requisiti delle proprie consorziate racchiudendoli nella propria soa.
E’ parimenti noto che il consorzio dà vita, a sua volta, ad una autonoma struttura d’impresa altamente organizzata e tecnicamente qualificata e professionalizzata, posta a servizio delle proprie consorziate (rispondendo solidalmente con le stesse dei lavori) e chiamata ad interloquire per loro conto con la S.A.
Non meritano poi particolari richiami le molte norme, comunitarie e nazionali, che impongono al legislatore la tutela delle piccole e medie imprese, ovvero il favor comunitario per le diverse forme di aggregazione.
Esigenze, queste, di cui i consorzi stabili costituiscono la più elevata ed organizzata espressione.
Resta da aggiungere che, sino ad oggi, i consorzi stabili operanti sul mercato hanno dato ampia prova della propria capacità e professionalità.
Gli stessi hanno man mano riempito il vuoto lasciato nel panorama nazionale dalla scomparsa della media impresa (dal 2010 in avanti, dopo la nota crisi e gli effetti della disastrosa gestione di molte delle principali opere del Paese, che ha al contempo segnato la fine di quelle imprese).
Ad oggi, limitandoci ai consorzi aderenti all’UCSI, gli stessi vantano all’incirca il 50% delle opere appaltate con fondi PNRR.
Sotto un profilo di politica industriale, dunque, non occorre molto per comprendere che l’approvazione in via definitiva di una siffatta modifica normativa (con conseguente superamento del regime di qualificazione del cumulo alla rinfusa, a favore di un regime basato sull’avvalimento per singola gara) decreterebbe la morte in un istituto che ha dato buona prova di sé, rimpiazzando la vecchia media impresa e, quale conseguenza, specie in assenza di un regime transitorio di lungo periodo o di una normazione tecnica sulla qualificazione in proprio del consorzio (mai esistita), determinerebbe ad horas (mercè il venir meno della qualificazione dei consorzi) la necessaria risoluzione di tutti i contratti oggi affidati ai consorzi stabili, ivi inclusi tutti gli interventi finanziati con fondi del PNRR.
Certamente non sarebbe risultato utile per le piccole e medie imprese, né per il sistema paese e per le politiche del PNRR.
Al più potrebbe avvantaggiare di poco le pochissime imprese medio-grandi operanti ancor oggi nel settore dei lavori pubblici, o forse, unicamente le pochissime grandi aziende rimaste sul mercato nazionale, alcune delle quali beneficiano anche di aiuti di Stato.
Nella convinzione che la proposta qui contestata sia dunque il frutto di una incompleta considerazione della natura, delle funzioni dei consorzi stabili, nonché del vastissimo mondo di imprese ed imprenditori che rappresentano, nonché di un mal calcolato impatto che simile modifica avrebbe nell’immediato sull’economia e sulle politiche economiche nazionali, auspichiamo con il presente comunicato un più ampio confronto ed una adeguata riconsiderazione della scelta contestata, chiedendo in tal senso un segno pronto e tangibile al Governo.
Diversamente, saremo pronti a mobilitarci in ogni forma consentita, onde difendere la sopravvivenza dei consorzi stabili e della ricchezza che gli stessi portano al sistema imprenditoriale ed al Paese.