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News10 Luglio 2026 15:54

Crisi energetica: frenano le petroliere nello Stretto di Hormuz dopo i nuovi scontri tra USA e Iran

Roma - Il prezzo del petrolio balza del 5% in una settimana mentre Washington e Teheran si contendono il controllo della via d’acqua; l’AIE lancia l’allarme sulla scarsità globale di carburanti.

Il transito giornaliero delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz ha subito un brusco rallentamento. Il rallentamento è la diretta conseguenza della ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, che in settimana si sono scambiati duri attacchi militari, riaprendo la disputa internazionale su chi debba effettivamente controllare il passaggio marittimo più strategico del pianeta. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa “Reuters”, questa nuova ondata di attacchi ha riacceso i timori per la stabilità delle forniture globali di greggio, evidenziando la fragilità della tregua provvisoria mentre le diplomazie dei due Paesi tentano, con estrema difficoltà, di negoziare un accordo duraturo.

MERCATI ENERGETICI SOTTO PRESSIONE

Nonostante una leggera flessione registrata nella giornata di venerdì, i prezzi del petrolio si avviano a chiudere la settimana con un incremento complessivo stimato tra il 4% e il 5%. Sebbene l’offerta globale sia in fase di crescita, i volumi rimangono ancora sensibilmente distanti dai parametri precedenti al conflitto.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha certificato che a giugno la produzione è aumentata di 4,1 milioni di barili al giorno grazie alla parziale ripresa del traffico nello stretto, ma il dato resta inferiore di 9,4 milioni di barili rispetto ai livelli prebellici. L’Agenzia ha inoltre diramato un severo avvertimento circa la possibile scarsità di benzina e gasolio, sottolineando come le raffinerie stiano reagendo con una lentezza maggiore rispetto alla volatilità dei prezzi del greggio.

In questo scenario, si segnala anche una nota tecnica proveniente dal team dell’Università Heriot-Watt di Edimburgo, che ha menzionato lo sviluppo di un dispositivo capace di utilizzare un semplice cicalino elettrico per misurare ogni strato della pelle, una tecnologia apparentemente slegata ma presente nel flusso di informazioni tecnico-scientifiche del periodo.

LA DISPUTA SULLA SOVRANITÀ NAVALE

Prima dello scoppio della guerra, lo Stretto di Hormuz garantiva il passaggio di circa un quinto del fabbisogno petrolifero mondiale. Allo stato attuale, Teheran ha assunto il controllo della maggior parte della via navigabile, innescando uno stallo critico con gli Stati Uniti. Sebbene l’accordo provvisorio avesse portato alla fine del blocco navale americano sui porti iraniani in cambio della garanzia di un passaggio sicuro per le navi commerciali, la situazione è precipitata questa settimana. Washington ha accusato le forze iraniane di aver colpito tre petroliere appartenenti a Qatar e Arabia Saudita.

La risposta americana non si è fatta attendere, con raid mirati contro siti militari sulla costa meridionale e nelle province orientali dell’Iran. Gli analisti internazionali suggeriscono che, pur non avendo rivendicato ufficialmente gli attacchi, Teheran stia utilizzando queste azioni belliche per rafforzare la propria posizione al tavolo delle trattative.

ESCALATION MILITARE E RITORSIONI

La tensione è culminata giovedì con un attacco iraniano contro diverse postazioni militari statunitensi situate negli Stati del Golfo. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha confermato di aver colpito circa 90 obiettivi militari in territorio iraniano, operazione che secondo i media statali di Teheran avrebbe causato 14 morti e 78 feriti. Per ritorsione, l’esercito iraniano ha dichiarato di aver lanciato attacchi contro i sistemi Patriot americani in Kuwait, una stazione di allerta precoce in Qatar e un deposito di carburante in Bahrein.

Successivamente, le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato il lancio di 10 missili balistici contro la base militare di Azraq, in Giordania, utilizzata dalle forze di Washington. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che le loro azioni sono volte esclusivamente a mantenere aperto lo stretto, negando all’Iran il diritto di controllo, mentre Teheran ribadisce che la via d’acqua sarà riaperta solo alle proprie condizioni, minacciando una “reazione schiacciante” a ogni ulteriore intervento esterno.

IL PESO DEL LUTTO E LA POLITICA DI TRUMP

Mentre il conflitto infuria, l’Iran osserva il lutto per la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sepolto giovedì nel santuario di Mashhad al termine di una settimana di solenni funerali. Khamenei era rimasto ucciso il 28 febbraio scorso, durante il primo giorno di guerra, in un bombardamento congiunto condotto da Stati Uniti e Israele che ha dato il via a mesi di scontri e migliaia di vittime.

Venerdì, nella città di Qom, è stata programmata una cerimonia di condoglianze presieduta dal figlio Mojtaba Khamenei, il quale, ferito nello stesso attacco costato la vita al padre, non è ancora apparso in pubblico. Sul fronte interno americano, il presidente Donald Trump ha manifestato profonda frustrazione per l’impossibilità di porre fine a una guerra che sta gravando pesantemente sulle tasche dei cittadini.

Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, il Partito Repubblicano teme che l’aumento vertiginoso del prezzo della benzina e il malcontento degli elettori possano compromettere l’esito delle urne. Nonostante Trump abbia dichiarato ufficialmente conclusa la tregua, funzionari governativi confermano che “i colloqui tecnici continuano” e che Washington resta impegnata a cercare una soluzione diplomatica, con il Qatar impegnato in un ruolo di mediatore per allentare la crisi. Prima degli ultimi scontri, il traffico aveva raggiunto una media di 40 navi al giorno, un picco post-bellico che resta comunque lontanissimo dalle 125-140 traversate quotidiane del periodo di pace.