Lavoro e potere d’acquisto, ecco quali governi negli ultimi 20 anni hanno rispettato gli art 4 e 36 della Costituzione. Maglia rosa a Meloni. DATI, INFOGRAFICA e VIDEOGRAFICA
Roma - Lavoro e potere d’acquisto, ecco quali governi negli ultimi 20 anni hanno rispettato gli art 4 e 36 della Costituzione. Maglia rosa a Meloni. DATI e INFOGRAFICA
Il termine ‘occupazione’ viene principalmente utilizzato, per l’accezione moderna, per indicare il numero dei lavoratori di un paese in un determinato periodo temporale e contesto sociale. Si riferisce all’impiego lavorativo retribuito o di un libero professionista e imprenditore e significa tenersi occupato in un’attività. Ma vuol dire anche “riempire uno spazio” all’interno della società civile.
VOLUME LAVORO SANCITO DA ART.4 DELLA COSTITUZIONE, LA QUALITA DEL LAVORO DA ART.36. DUE PARAMETRI CHE DEVONO VIAGGIARE INSIEME
Il diritto al lavoro è per questo uno dei pilastri della Repubblica Italiana, sancito dall’ articolo 4 della Costituzioneche impegna lo Stato a promuovere le condizioni per renderlo effettivo nei termini del volume di impiego. La giusta retribuzione da cui dipende anche il potere di acquisto è invece sancito dall’articolo 36 della Costituzione. Da esso dipende il potere di acquisto delle famiglie. E dunque il benessere e lo sviluppo dell’intero Paese.
LA COMPARAZIONE DEL RISPETTO DELL’ART.4 E DELL’ART 36 DELLA COSTITUZIONE DA PARTE DEI GOVERNI DEGLI ULTIMI 20 ANNI. MAGLIA NERA AL GOVERNO RENZI, MAGLIA ROSA AL GOVERNO MELONI
Comparando nel corso dei governi degli ultimi 20 anni questi due parametri, assiomi della Costituzione italiana, emerge che sotto il governo Prodi l’occupazione registrò una crescita rispetto al passato ma il potere di acquisto non era all’altezza a causa anche dell’entrata nell’euro.
Con il governo Berlusconi IV l’occupazione subì un crollo verticale e il potere di acquisto registrò una contrazione netta.
Durante il governo Monti l’occupazione registrò un calo costante perdendo – secondo i dati Istat – circa 3 punti percentuali rispetto al governo Prodi. “Drastica” fu considerata all’epoca la riduzione del potere di acquisto delle famiglie. Dirimente fu il decreto ‘Salva Italia’ con cui il governo si riproponeva di risanare i conti pubblici ma che hanno causato di fatto una vera e propria recessione. A fronte dei costi energetici, la soluzione trovata dal governo Monti fu quella di spegnere la luce.
Sotto il governo Letta la disoccupazione toccò quota 12%. Record battuto solo dal governo Renzi a novembre 2014 (con il 13,3% secondo le serie storiche dell’Istat).
Il potere di acquisto registrò un ulteriore calo e le famiglie subirono gli effetti di un inasprimento della pressione fiscale e di una diminuzione del reddito disponibile reale.
LAVORO, POTERE ACQUISTO E OCCUPAZIONE INFOGRAFICA
Con il governo Renzi, dopo il picco della disoccupazione, si tornò – anche grazie al Jobs Act – a crescere cautamente passando da circa il 55,6% iniziale a superare il 57,6% verso la fine del suo mandato. Ancora lontano però dal 58% di media del governo Prodi. Anche il potere di acquisto crebbe fino a una percentuale del 3%.
Con il governo Conte si passa invece al minimo storico. Colpa anche della crisi energetica e della pandemia. Inflazione e prezzi alle stelle mandano in tilt l’Italia e tutta l’Unione a 27.
Sotto il governo Draghi il tasso di occupazione in Italia è tornato a crescere in maniera significativa toccando quota, a fine mandato, di circa il 60%. Il tasso di disoccupazione è sceso all’8%. Ma l’aumento dell’occupazione non andò di pari passo con il potere di acquisto che al contrario subì una forte regressione, anche a causa della recessione globale.
Con il governo Meloni il tasso di occupazione in Italia registra un’accelerazione importante passando al 63%. Mentre il tasso di disoccupazione scende al 5%. Secondo i dati Istat ed Eurostat si registra al contempo una significativa crescita congiunturale del potere d’acquisto pro capite.
AGEEI entra nello specifico dell’andamento del mercato del lavoro comparato al potere di acquisto dei governi dal 2006 al 2026. Venti anni di governi analizzati dal punto di vista dell’occupazione.
GOVERNO PRODI: OCCUPAZIONE CREBBE, MA POTERE DI ACQUISTO CROLLO’
Durante il secondo governo Prodi (2006-2008), il tasso di occupazione in Italia (nella fascia 15-64 anni) oscillò attorno alla soglia del 58% – 59%. L’esecutivo, guidato da Romano Prodi, registrò una crescita degli occupati anche grazie al recupero del gettito fiscale ottenuto tramite la forte azione di contrasto operata all’evasione fiscale.
Ma se all’inizio mandato (maggio 2008), secondo le serie storiche dell’Istat, il tasso di occupazione si attestava intorno al 58,4%, con un tasso di disoccupazione totale al 6,7%, a fine mandato (novembre 2011), il tasso di occupazione è sceso al 56,7%, mentre il tasso di disoccupazione totale è salito al 9,3%.
La fine del mandato Prodi ha risentito della crisi finanziaria internazionale e del debito sovrano. L’esecutivo si trovò infatti a dover affrontare gli effetti sulle famiglie e sulle imprese dell’introduzione dell’Euro (avvenuta nel 2002), che ridusse la capacità di spesa anche a causa dei rincari speculativi sui beni di consumo e le rendite non monitorati dall’allora governo. I redditi fissi, le pensioni e gli stipendi della classe media rimasero fermi mentre il costo della vita aumentò. Portando a una drastica erosione del potere di acquisto.
GOVERNO BERLUSCONI IV: LIVELLI OCCUPAZIONALI PEGGIORANO. CONTRAZIONE NETTA DEL POTERE DI ACQUISTO
All’inizio del mandato nel maggio 2008, la disoccupazione totale si attestava al 6,7%. Alla fine dell’esecutivo, nel novembre 2011, il tasso di disoccupazione totale era salito al 9,3%.
Male anche il potere di acquisto: durante il Governo Berlusconi IV ha subito una contrazione netta incidento sia sull’economia reale, che sui salari e l’occupazione.
GOVERNO MONTI, CALO DELL’OCCUPAZIONE, RIDUZIONE POTERE D’ACQUISTO, DISOCCUPAZIONE RECORD. PRESSIONE FISCALE AI MASSIMI STORICI. INFLAZIONE GALOPPANTE
Secondo i dati Istat diffusi all’epoca, il tesso di occupazione si attestava a inizio mandato intorno al 56,9% e si è fermato nel 2012 a una media del 56,8%.
Contestualmente – anche a causa della politica dell’austerità – il tasso di disoccupazione è salito dall’8,9% ad oltre il 10% con il superamento della soglia al 35%.
Contemporaneamente, a causa degli effetti della crisi economica e delle manovre di austerità, il tasso di disoccupazione è salito in quegli stessi anni dall’8,9% al 10,7%, mentre la disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha superato la soglia del 35%.
Il potere di aquisto conseguentemente subì una drastica riduzione dovuto dalla combo determinata dalla recessione economica e le manovre di emergenza di Palazzo Chigi come il “decreto Salva Italia”) volte a risanare i conti pubblici che aumentarono la pressione fiscale, bloccarono gli stipendi, imepdì l’adeguamento salariale e la rivalutazione delle pensioni. L’inflazione schizzò.
GOVERNO LETTA: OCCUPAZIONE SCENDE, DISOCCUPAZIONE SALE. POTERE DI ACQUISTO CROLLA. RECESSIONE E PRESSIONE FISCALE SU CETO MEDIO E IMPRESE
SERIE STORICHE ISTAT OCCUPAZIONE ANNI 2004-2014
Durante il governo Letta (aprile 2013 – febbraio 2014), il tasso di occupazione in Italia si è attestato su una media compresa tra il 55,3% e il 56,3% per la fascia di età 15-64 anni. Nello stesso periodo, il Paese ha registrato una crescita significativa del tasso di disoccupazione nazionale.
Stando ai dati Istat del tempo, se il Tasso di Occupazione diminuiva attorno al 55,5% nei mesi centrali del 2013, aumentava invece il tasso di Disoccupazione Totale la cui media nazionale passava da circa l’8,6% fino a toccare al 12,7% nel dicembre 2013. A toccare livelli particolarmente critici fu la disoccupazione giovanile che superava la soglia del 41%per la fascia 15-24 anni.
Il periodo è stato caratterizzato da una lunga fase recessiva che ha eroso la base lavorativa, con una riduzione complessiva degli occupati stimata dall’Istat intorno all’1,9% come emerge dal Rapporto Istat 2015.
Il potere di acquisto delle famiglie registrò un ulteriore calo, proseguendo la lunga fase di declino iniziata nel 2008. Sebbene l’inflazione fosse scesa a livelli molto bassi (all’1,2% nel 2013), le famiglie subirono gli effetti di un inasprimento della pressione fiscale e di una diminuzione del reddito disponibile reale.
Come emerge dal Rapporto conclusivo del Mef di Fabrizio Saccomanni, il potere di acquisto delle famiglie è calato in media del 2,6% rispetto all’anno precedente e la contrazione del reddito disponibile in termini reali ha pesato fortemente sui consumi, scesi ai livelli di venti anni prima. Il governo si trovò a dover gestire conti pubblici sempre più rigidi con un elevato carico fiscale sul ceto medio e sulle imprese, compensato solo in parte da modesti sgravi per i redditi medio-bassi verso la fine dell’anno (Destinazione Italia).Il Prodotto Interno Lordo (PIL) scese dell’1,4%.
GOVERNO RENZI: MIGLIORA OCCUPAZIONE MA LIVELLI RESTANO BASSI
SERIE STORICHE ISTAT OCCUPAZIONE ANNI 2015-2020
Durante il governo Renzi (febbraio 2014 – dicembre 2016), il tasso di occupazione torna a crescere passando da circa il 55,6% iniziale a superare il 57,6% verso la fine del suo mandato. Mentre il tasso di disoccupazione scende. Ma i livelli restano bassi.
Anche il potere di acquisto registra una cauta ripresa, dovuta a misure come il Jobs Act e il bonus degli 80 euro. Aumenta la percentuale di famiglie in grado di risparmiare.
GOVERNI CONTE: PANDEMIA E CRISI. IL SALISCENDI DEI NUMERI SU OCCUPAZIONE E POTERE DI ACQUISTO
Il tasso di occupazione si aggirava intorno al 58% – 59%.
Il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha registrato stabilità con un’inflazione vicina allo zero. Situazione che è perdurata fino all’emergenza Covid. Se nel periodo 2018-2019 l‘inflazione si è mantenuta su livelli bassi (intorno all’1,1% e allo 0,6%), garantendo un leggero incremento reale dei redditi e il mantenimento del valore reale degli stipendi, successivamente, durante il biennio pandemico, i prezzi sono scesi temporaneamente (inflazione a -0,1%) ma con un crollo del PIL del -9%. Nel 2021, la ripresa ha fatto segnare una crescita del PIL del 6,6% e un’inflazione all’1,9%, con un’espansione del potere d’acquisto per effetto del ritorno a pieno regime delle attività. Potere d’acquisto subito eroso però dalla crisi energetica e dalla fiammata inflazionistica che hanno fatto alzare i prezzi.
GOVERNO DRAGHI: OCCUPAZIONE TORNA A CRESCERE E DISOCCUPAZIONE A SCENDERE, MA POTERE DI ACQUISTO CROLLA
Sotto il governo Draghi (febbraio 2021 – ottobre 2022), il tasso di occupazione in Italia torna a segnare una crescita che tocca, a fine mandato, una percentuale media che si è attestata intorno al 60% – 60,5%. Il tasso di disoccupazione nazionale scende fino a circa l’8%.
Il potere d’acquisto delle famiglie italiane subisce però un deterioramento causato principalmente dall’impennata dell’inflazione globale, che ha ampiamente superato la crescita dei salari nominali. Sono anche gli anni delle Petrolmafie.
L’aumento dei costi energetici e delle materie prime porta l’inflazione su livelli record riducendo il valore reale del reddito e rendendo più costosi i beni di prima necessità. I salari non crescono allo stesso ritmo dei prezzi e le misure di mitigazione messe in atto dal governo non riescono a colmare il gap che si origina dall’impennata dei costi e la staticità dei salari. Il Fiscal Drag inoltre, il sistema di tassazione progressiva, fa scattare l’aumento del carico Irpef aggravando ulteriormente il peso sui lavoratori.
GOVERNO MELONI: OCCUPAZIONE AI MASSIMI STORICI, DISOCCUPAZIONE AI MINIMI. POTERE DI ACQUISTO PRO CAPITE CRESCE
Questi dati mostrano un trend in crescita per i contratti stabili e per la fascia over 50. Tuttavia, persistono delle criticità, come l’aumento dell’inattività (con il tasso salito al 33,9%) e un calo dell’occupazione giovanile e delle categorie centrali (35-49 anni) in alcuni periodi.
Il potere d’acquisto sotto il governo Meloni aumenta. Secondo i dati Istat ed Eurostat emerge una significativa crescita congiunturale del potere d’acquisto pro capite. Questo trend positivo è sostenuto dal calo dell’inflazione, dalla crescita dell’occupazione e da misure mirate varate dal governo, tra cui il Taglio del cuneo fiscale e contributivo, la Riduzione delle aliquote IRPEF e la Detassazione dei premi di produttività e dei fringe benefit.
Le opposizioni e i sindacati sostengono – a fronte dei dati positivi registrati – che gran parte dell’aumento sia da attribuire all’aumento del numero di occupati piuttosto che a un reale incremento dei salari reali pro capite.
OCCUPAZIONE SI TRADUCE IN CRESCITA DEL PAESE. E BENESSERE.
Un’occupazione elevata è fondamentale per un paese perché sostiene la crescita economica (PIL) attraverso i consumi, riduce la spesa sociale dello Stato e genera gettito fiscale. Inoltre, un lavoro stabile garantisce il benessere dei cittadini e la coesione sociale.
Non conta tuttavia solo la quantità di persone che lavorano, ma anche la qualità del lavoro. In Italia, ad esempio, sebbene i livelli occupazionali siano ai massimi storici (attorno al 62%-63%), si registrano forti criticità strutturali che il Paese di porta dietro da decenni.
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