Roma - Gli attacchi ucraini paralizzano la capacità di raffinazione russa, mentre Rosneft suggerisce di trattenere il 30% della produzione per il mercato domestico per arginare la carenza di carburante.
Fonti industriali e documenti governativi russi hanno delineato un quadro di crescente emergenza per il sistema energetico della Federazione. La raffineria di petrolio di Mosca, colpita ripetutamente da attacchi di droni ucraini, rimarrà fuori servizio per almeno sei mesi a causa dell’entità dei danni subiti, aggravando una crisi dei carburanti che sta già colpendo l’intero territorio nazionale. Parallelamente, Igor Sechin, a capo del colosso petrolifero Rosneft, ha presentato al Presidente Vladimir Putin una proposta drastica: obbligare tutte le compagnie petrolifere del Paese a trattenere almeno il 30% del greggio estratto per destinarlo alla raffinazione interna. La notizia è stata riportata dall’agenzia Reuters, che cita fonti dirette del settore e le indiscrezioni pubblicate dai quotidiani russi Kommersant e Vedomosti.
IL FERMO TECNICO E L’IMPATTO SULLA REGIONE DI MOSCA
L’impianto situato nella periferia meridionale di Mosca, gestito da Gazprom Neft, rappresenta il fulcro dell’approvvigionamento energetico per la regione della capitale. Dopo essere stato bersaglio di due distinti attacchi condotti da droni ucraini a lungo raggio nel corso di questo mese, l’attività produttiva è stata interrotta. Una fonte interna al settore, commentando la gravità della situazione, ha dichiarato che “ci vorranno almeno sei mesi per le riparazioni”. Nonostante la richiesta di un commento ufficiale, Gazprom Neft non ha rilasciato dichiarazioni. Il blocco è particolarmente critico se si considerano i volumi di produzione dell’anno precedente: nel 2024, la raffineria moscovita aveva lavorato 11,6 milioni di tonnellate di petrolio, garantendo al mercato 2,9 milioni di tonnellate di benzina e 3,2 milioni di tonnellate di gasolio.
LA GUERRA DELLE INFRASTRUTTURE E LA CRISI NEI FUSI ORARI
L’offensiva ucraina contro le infrastrutture energetiche russe ha subito una netta accelerazione, mettendo fuori uso una porzione significativa della capacità di raffinazione russa. Di contro, la Russia prosegue nel lancio di missili verso obiettivi di difesa ed energetici nelle città ucraine. Questa reciproca distruzione ha generato in Russia una carenza diffusa di prodotti petroliferi, con un conseguente rialzo dei prezzi e la comparsa di lunghe code presso le stazioni di rifornimento in molte delle regioni che compongono gli undici fusi orari del Paese. La situazione appare particolarmente tesa in Crimea, dove la vendita di benzina al pubblico è stata ufficialmente sospesa.
LA STRATEGIA DI SECHIN E IL RUOLO DI NOVAK
Per rispondere a quella che sta diventando una vera e propria crisi di approvvigionamento, lo “zar del petrolio” Igor Sechin ha inviato una lettera a Putin a fine maggio, suggerendo l’imposizione di una quota fissa del 30% di greggio da raffinare in patria. Secondo quanto riferito da Kommersant, il Presidente avrebbe già incaricato il vice primo ministro Alexander Novak di valutare e dare seguito a questa proposta. Novak, dal canto suo, ha ammesso martedì che il governo sta seriamente considerando un divieto totale di esportazione di gasolio per stabilizzare il mercato interno.
MISURE DI EMERGENZA E MANCANZA DI DATI UFFICIALI
Oltre ai divieti di esportazione, le autorità russe starebbero valutando l’ipotesi di importare carburante dall’estero per far fronte alla penuria domestica. Questo scenario risulta complesso da analizzare con precisione millimetrica poiché la Russia, terzo produttore mondiale di greggio, ha smesso di pubblicare la maggior parte delle statistiche relative a produzione ed esportazioni sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. Le decisioni in corso, dalla gestione dei danni a Mosca alle nuove regole sulla raffinazione forzata, segnano un passaggio cruciale nel tentativo del Cremlino di proteggere la stabilità economica interna di fronte alla pressione militare e infrastrutturale.