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News9 Luglio 2026 12:09

Profitti record per il greggio, le big oil sfidano Trump mentre la guerra in Iran svuota le tasche dei cittadini

Roma - Le grandi compagnie petrolifere americane incassano utili stellari, suscitando le ire della Casa Bianca. La chiusura dello Stretto di Hormuz continua a pesare sul mercato, innescando indagini per speculazione.

L’onda d’urto del conflitto in Iran si sta traducendo in un clamoroso boom finanziario per i colossi energetici statunitensi, aprendo un aspro fronte di scontro con l’amministrazione Trump. Secondo le elaborazioni finanziarie diffuse da FactSet e riportate in un approfondimento del Financial Times, aziende del calibro di ExxonMobil e Chevron si apprestano a chiudere il secondo trimestre dell’anno con utili netti da capogiro, stimati rispettivamente in 15 e 9,7 miliardi di dollari. Si tratta di cifre che triplicano le performance del trimestre precedente, trainate dai rialzi vertiginosi di greggio, gasolio e carburante avio. L’ondata di extra-profitti non risparmia le grandi raffinerie domestiche, con operatori come Marathon e Valero indirizzati verso bilanci da record, toccando i massimi dal 2022.

Questo scenario ha inevitabilmente acceso le tensioni a Washington, in un momento politico delicatissimo a pochi mesi dalle elezioni di medio termine. Il presidente Donald Trump, dopo aver accusato esplicitamente l’industria di speculazione sui prezzi, ha attivato il Dipartimento di Giustizia chiedendo l’apertura di un’indagine formale sulle logiche di prezzo dei distributori. Sulla piattaforma Truth Social, Trump ha intimato ai distributori di abbassare “IMMEDIATAMENTE” i prezzi, minacciando “grossi problemi” in caso di inottemperanza. Anche il fronte democratico si è mobilitato: i senatori Elizabeth Warren e Sheldon Whitehouse hanno formalizzato una richiesta di chiarimenti ai leader del settore, denunciando l’arricchimento dell’industria dei combustibili fossili a discapito delle famiglie americane, costrette a sopportare costi esorbitanti alla pompa di benzina a causa della guerra.

L’IMPATTO GLOBALE SUI PREZZI E LA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ

Le turbolenze sui mercati energetici trovano la loro origine in una delle più imponenti interruzioni delle forniture petrolifere della storia recente. Il blocco delle esportazioni dal Golfo, causato dalla sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, ha neutralizzato quasi il 20% della domanda globale di petrolio, mandando i prezzi alle stelle. Nei primi mesi del conflitto, le quotazioni del greggio hanno infranto la soglia dei 100 dollari al barile. Sebbene nelle ultime settimane si fosse registrata una timida flessione legata alle speranze di un accordo diplomatico, i recenti sviluppi militari hanno ribaltato la situazione: con la ripresa degli attacchi statunitensi contro la Repubblica islamica, e la dichiarazione presidenziale che sanciva la fine del cessate il fuoco, i prezzi sono repentinamente risaliti fino a ridosso degli 80 dollari al barile.

Di fronte a questa drastica carenza di offerta internazionale, l’industria americana, compresi i colossi del petrolio di scisto come ConocoPhillips e Occidental Petroleum, ha capitalizzato esportando volumi record di greggio e prodotti raffinati. Il mercato deve inoltre fare i conti con un’ulteriore criticità sul fronte dell’offerta globale, legata al blocco delle esportazioni di gasolio da parte della Russia. Gli attacchi dei droni ucraini alle infrastrutture di raffinazione russe hanno innescato una crisi interna senza precedenti per Mosca, che è il secondo esportatore mondiale di questo carburante vitale per l’industria e l’agricoltura. Questa riduzione della disponibilità sul mercato internazionale rischia di gonfiare ulteriormente i futuri profitti delle multinazionali in grado di produrre gasolio.

L’INFLAZIONE CHE COLPISCE I CITTADINI E IL DIBATTITO SUI COSTI

Le ricadute della crisi si fanno sentire pesantemente sull’economia reale, innescando un effetto domino inflazionistico. I dati dell’associazione automobilistica AAA fotografano una situazione critica: il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è lievitato di quasi un quarto rispetto all’anno precedente, assestandosi a 3,8 dollari al gallone, mentre il diesel ha subito un rincaro del 30%, arrivando a 4,8 dollari. L’impennata dei costi logistici e di trasporto si sta trasmettendo su tutti i beni di consumo, dai generi alimentari ai biglietti aerei, alimentando una crescente frustrazione nell’elettorato. Un recente sondaggio condotto dallo stesso *Financial Times* evidenzia come il 58% degli elettori ritenga ormai che lo sforzo bellico non sia valso la pena. Sul tema è intervenuta Eimear Bonner, direttore finanziario di Chevron, che a giugno ha espresso empatia per le difficoltà dei consumatori, precisando però l’esistenza di un fisiologico “ritardo tra l’aumento dei prezzi del petrolio e le relative riduzioni, e il momento in cui ciò si riflette alla pompa”.

Donald Trump ha pubblicamente sostenuto che il prezzo equo della benzina dovrebbe attestarsi sui 2,25 dollari al gallone, un livello che tuttavia non si registra dal crollo della domanda durante la pandemia di Covid-19 nel 2020. Le prospettive a breve termine non appaiono incoraggianti. Secondo Carl Larry, analista della società di consulenza Enverus, la perdurante incertezza sullo Stretto di Hormuz manterrà i prezzi elevati. L’esperto ha evidenziato “un’enorme disparità tra i prezzi dei prodotti raffinati e quelli del petrolio greggio”, sottolineando che mentre la produzione di greggio sembra quasi illimitata, la reale criticità risiede nei limiti della capacità di raffinazione a livello globale. “L’incertezza costa denaro”, ha sintetizzato Ed Hirs, ricercatore nel settore energetico presso l’Università di Houston, confermando come l’instabilità geopolitica continui a imporre un dazio salato sull’economia reale.

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