Roma - I mercati scommettono sulla riapertura dello Stretto di Hormuz mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia avverte: l’anno prossimo la produzione supererà la domanda di 6 milioni di barili al giorno.
Il mercato petrolifero globale vive una fase di stabilizzazione precaria, mantenendosi sui minimi degli ultimi tre mesi mentre si attendono gli sviluppi concreti dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran. Se da un lato la diplomazia accende le speranze per una riapertura dello Stretto di Hormuz, dall’altro l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) lancia un monito per il 2027, prevedendo un massiccio eccesso di offerta che potrebbe stravolgere gli equilibri del settore. La notizia evidenzia un quadro complesso: i futures del Brent si attestano a 78,98 dollari al barile e il West Texas Intermediate (WTI) a 76,08 dollari, dopo le pesanti perdite del 5% registrate nelle sedute precedenti.
DIPLOMAZIA E RIAPERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ
I dettagli emersi sul memorandum d’intesa provvisorio tra Washington e Teheran indicano un’estensione di 60 giorni del fragile cessate il fuoco già siglato ad aprile. Secondo quanto riferito da fonti governative statunitensi, la firma definitiva dell’accordo permetterebbe all’Iran di tornare a vendere il proprio greggio sui mercati internazionali.
L’ipotesi centrale, come confermato dall’analista di PVM Oil Tamas Varga, è che il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz possa riprendere gradualmente in entrambe le direzioni. Tuttavia, gli esperti del settore avvertono che il ripristino dei volumi di produzione e raffinazione pre-bellici non sarà immediato e potrebbe richiedere mesi o, in alcuni casi, anni per essere completato integralmente.
L’ALLARME DELL’AIE SULL’ECCESSO DI OFFERTA NEL 2027
Nonostante la necessità a breve termine di ricostituire le scorte esaurite o creare nuove riserve strategiche, l’orizzonte del 2027 appare segnato da una forte asimmetria tra domanda e offerta. Nella sua ultima analisi, l’AIE ha previsto che l’offerta globale aumenterà di ben 8 milioni di barili al giorno, a fronte di una domanda che crescerà di appena 2 milioni.
Questo surplus di 6 milioni di barili al giorno proietterebbe il mercato in una fase di saturazione. In risposta a questo scenario e alla riduzione dei rischi geopolitici, Goldman Sachs ha già corretto al ribasso le proprie stime sul prezzo del Brent per l’ultimo trimestre del 2026, portandole a 80 dollari al barile contro i 90 ipotizzati in precedenza.
L’INCOGNITA ISRAELIANA E LE TENSIONI IN LIBANO
La tenuta dell’accordo tra Stati Uniti e Iran resta però legata alle variabili sul campo, con Israele che ha ufficialmente preso le distanze dall’intesa. La tensione è stata alimentata martedì da un attacco condotto da droni israeliani nel sud del Libano, che ha causato la morte di almeno quattro persone.
L’episodio ha scatenato una rara condanna pubblica da parte del presidente Trump, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza diplomatica. Il timore degli investitori è che le operazioni militari in corso possano minare il percorso verso una tregua permanente, mantenendo alto il premio di rischio nonostante i progressi negoziali tra le due superpotenze.
FRENATA DELLA CINA E CROLLO DELLE SCORTE STATUNITENSI
Sullo sfondo delle manovre geopolitiche, i dati industriali mostrano gli effetti prolungati del conflitto. In Cina, la lavorazione di greggio nel mese di maggio è crollata del 9,1% su base annua, toccando i minimi degli ultimi quattro anni a causa delle difficoltà di approvvigionamento legate alla guerra. Parallelamente, negli Stati Uniti, l’American Petroleum Institute ha segnalato un calo drastico delle scorte nazionali, diminuite di 8,3 milioni di barili nella settimana conclusasi il 12 giugno.
Si tratta di un prelievo quasi doppio rispetto alle previsioni degli analisti, che attendono ora la conferma ufficiale dei dati da parte dell’Energy Information Administration per valutare la reale entità della pressione sulla domanda interna.