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News10 Giugno 2026 17:06

Petrolio in forte rialzo: Trump minaccia l’Iran e i mercati temono il blocco delle forniture

Roma - Il prezzo del petrolio ha registrato un netto rialzo sui mercati internazionali a seguito delle rinnovate tensioni geopolitiche in Medio Oriente e delle ultime dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump. I contratti a termine sul Brent sono saliti di 93 centesimi, pari all’1%, attestandosi a 92,38 dollari al barile all’ora di pranzo, mentre il West Texas Intermediate (WTI) negli Stati Uniti ha guadagnato 1,1 dollari, toccando gli 89,30 dollari al barile con un incremento dell’1,25%.

I raid militari notturni e il calo delle scorte USA alimentano i timori sull’offerta globale di greggio. Nel frattempo Teheran minaccia la ripresa delle ostilità nel caso di nuovi attacchi israeliani a Hezbollah.

TRUMP AVVERTE TEHERAN SU TRUTH SOCIAL E MINACCIA NUOVI RAID

L’impennata delle quotazioni del greggio è scattata immediatamente dopo la pubblicazione di un messaggio del presidente Trump sulla piattaforma Truth Social, interrompendo una mattinata sui mercati europei in cui gli scambi erano rimasti sostanzialmente stabili rispetto alla chiusura precedente. “Hanno impiegato troppo tempo per negoziare un accordo che sarebbe stato fantastico per loro, ora dovranno pagarne il prezzo!!!”, ha scritto il capo della Casa Bianca, commentando i raid aerei incrociati avvenuti nella notte tra le forze statunitensi e quelle iraniane. Secondo quanto riportato dall’emittente Fox News, Trump si direbbe pronto a ordinare nuovi attacchi mirati contro le centrali elettriche e i ponti in territorio iraniano, lamentando l’eccessiva lentezza di Teheran nel giungere a un compromesso negoziale.

Come sottolineato dall’analista di UBS, Giovanni Staunovo, la speranza di raggiungere un’intesa diplomatica aveva mantenuto i prezzi del petrolio sotto pressione nei giorni scorsi, nonostante il transito di navi attraverso lo Stretto di Hormuz rimanga fortemente limitato. Il mercato, di conseguenza, resta in vigile attesa delle prossime mosse strategiche di Washington.

ESCALATION MILITARE E PREMIO AL RISCHIO GEOPOLITICO NEI MERCATI

L’escalation militare ha visto le forze armate degli Stati Uniti colpire diversi obiettivi iraniani, un’azione che fa seguito alla promessa solenne di Trump, formulata martedì, di rispondere fermamente all’abbattimento di un elicottero d’attacco americano Apache.

Questi ultimi eventi sul campo, spiega Priyanka Sachdeva, analista senior di Phillip Nova, hanno bruscamente spostato l’attenzione degli operatori commerciali verso i pericoli concreti di un conflitto allargato. Nonostante gli sforzi diplomatici siano ancora formalmente in corso, gli scambi militari delle ultime ore hanno inevitabilmente reintrodotto un premio al rischio geopolitico all’interno dei mercati petroliferi internazionali. Sul fronte opposto, il governo di Teheran ha fatto sapere che è pronto a riprendere le ostilità su vasta scala qualora lo Stato di Israele dovesse proseguire la sua campagna militare contro le milizie di Hezbollah in Libano.

Il rifiuto delle autorità israeliane di interrompere le operazioni contro il gruppo filoiraniano sta ostacolando i tentativi della presidenza statunitense di trasformare la fragile tregua in un accordo di pace duraturo nel più ampio conflitto che vede contrapposti l’asse USA-Israele e l’Iran. Questa prolungata paralisi dei flussi si riflette direttamente nei nodi logistici dell’area: emblematico è il caso della nave cisterna per prodotti petroliferi e chimici “Bald Man”, fotografata già all’inizio di maggio ferma nel porto di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, a testimonianza di come il conflitto in corso limiti drasticamente la navigazione commerciale nella regione dello Stretto.

DINAMICHE DELLE SCORTE MONDIALI E IL FATTORE CINESE SUI PREZZI

L’andamento dei prezzi trova un supporto fondamentale nella progressiva riduzione delle scorte globali, sebbene la contrazione delle importazioni di greggio da parte della Cina stia contribuendo a porre un tetto massimo alle quotazioni, frenandone la corsa. Secondo l’analista di PVM Tamas Varga, anche i flussi marittimi limitati attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbero agire da freno psicologico sui prezzi: sebbene alcune imbarcazioni riescano a transitare, il traffico complessivo rimane significativamente inferiore rispetto ai livelli registrati prima dello scoppio del conflitto.

In una prospettiva a medio termine, gli analisti di JP Morgan stimano che il barile di Brent manterrà una media attorno ai 100 dollari per gran parte della restante frazione del 2026. Attualmente, l’Iran prosegue nel bloccare la quasi totalità del trasporto marittimo nello Stretto di Hormuz, un canale strategico che in condizioni normali convoglia un quinto del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto (GNL) consumati a livello mondiale.

Parallelamente, Washington mantiene attivo il proprio blocco navale contro i porti iraniani. Nonostante questo stallo e le difficoltà nel siglare un trattato che ponga fine a una guerra che dura ormai da più di tre mesi, il Segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha dichiarato martedì che il traffico marittimo nel Golfo e le esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto mostrano segnali di crescita. Sul fronte interno americano, le fonti di mercato, citando i dati diffusi martedì dall’American Petroleum Institute (API), indicano che le scorte di greggio negli Stati Uniti sono diminuite per l’ottava settimana consecutiva, accompagnate da un calo concomitante delle riserve di benzina, esacerbando le preoccupazioni degli operatori sulla tenuta dell’offerta energetica.