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Energia15 Giugno 2026 14:58

Perché la ripresa del mercato del petrolio richiederà mesi malgrado la riapertura di Hormuz

Roma - La produzione mediorientale ha perso oltre 10 milioni di barili al giorno durante il blocco di tre mesi e mezzo. Gli analisti stimano tempi lunghi per la normalizzazione dei flussi, con l’Iraq frenato da giacimenti complessi.

La firma dell’imminente intesa diplomatica tra Stati Uniti e Iran segna la fine delle ostilità militari, ma non si tradurrà in un ripristino immediato dei flussi energetici globali attraverso lo Stretto di Hormuz. Sebbene la formale riapertura del corridoio marittimo sia attesa per questo venerdì, le ferite strutturali inferte a un comparto che ha visto congelati oltre 10 milioni di barili al giorno richiederanno lunghi mesi di transizione prima di poter considerare normalizzati l’approvvigionamento e la navigazione commerciale.

INCERTEZZA LOGISTICA E TEMPI DI EVACUAZIONE NELLO STRETTO

La chiusura forzata del braccio di mare, durata ben tre mesi e mezzo, ha imposto uno stop estrattivo senza precedenti nell’intera area mediorientale. Nonostante le aspettative legate alla giornata di venerdì, quando lo Stretto dovrebbe teoricamente tornare accessibile, gli operatori mantengono un approccio estremamente cauto. Le incognite sul tappeto sono molteplici e riguardano le reali modalità operative della riapertura e la gestione delle rotte commerciali.

A tale proposito, Daniel Sternoff, ricercatore senior esperto del Center on Global Energy Policy presso la Columbia University, ha dichiarato all’Associated Press nella tarda serata di domenica: “Non sappiamo cosa significhi ‘aperto’ né quale sarà la velocità di evacuazione del materiale intrappolato”. Questa dichiarazione riassume lo scetticismo tecnico che domina i mercati fisici, dove lo sblocco dei carichi stoccati e l’avvio delle nuove spedizioni non rispondono a un semplice interruttore geopolitico.

LE ASIMMETRIE DELLA REALTÀ ESTRATTIVA E IL CASO CRITICO DELL’IRAQ

Il ritorno ai livelli produttivi prebellici non avverrà alla stessa velocità per tutti i player della regione. Paesi dotati di infrastrutture più resilienti e flessibili, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, saranno in grado di riattivare i propri impianti e i terminali di imbarco con una rapidità decisamente superiore rispetto ad altri concorrenti dell’area.

Al contrario, l’Iraq si trova ad affrontare la risalita più lenta e problematica. Il blocco prolungato ha costretto il Paese a tagliare la stragrande maggioranza della propria produzione nei giacimenti meridionali, le cui esportazioni dipendono in modo totale e imprescindibile dall’accesso marittimo garantito dall’hub di Bassora. Alan Gelder, vicepresidente senior per la raffinazione, i prodotti chimici e i mercati petroliferi della società di consulenza Wood Mackenzie, ha analizzato lo scenario per l’agenzia AP evidenziando le difficoltà strutturali: “Paesi come l’Iraq potrebbero trovarsi in una situazione molto più difficile perché hanno subito un periodo di lockdown molto più lungo e i loro giacimenti sono più complessi”. Secondo le stime dell’esperto, per rivedere i flussi iracheni a pieno regime “potrebbe volerci circa un anno prima che tornino”.

LE PREVISIONI DI WOOD MACKENZIE E IL PREMIO DI RISCHIO SUI MERCATI

I modelli previsionali elaborati dagli analisti di Wood Mackenzie alla fine di maggio offrono un quadro chiaro sulle tempistiche della ripartenza, ipotizzando che le compagnie petrolifere scelgano una strategia di ripresa graduale, progressiva e rigorosamente controllata per preservare l’integrità tecnica dei pozzi. Secondo queste stime, i giacimenti energetici che sono stati direttamente penalizzati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz riusciranno a recuperare circa il 70% del loro output storico entro una finestra temporale di tre mesi. Per toccare la soglia del 90%, invece, occorrerà attendere almeno sei mesi dalla riapertura delle rotte.

Il vero nodo critico rimarrà l’ultimo milione di barili giornalieri, la cui reintroduzione sul mercato globale richiederà, secondo la medesima società di consulenza energetica, tempi sensibilmente più dilatati. Questo fattore temporale inciderà direttamente sulla volatilità dei prezzi e sulle dinamiche speculative. Ole Hansen, stimato responsabile della strategia sulle materie prime presso Saxo Bank, ha sottolineato l’interconnessione tra logistica e finanza affermando che “La velocità con cui le catene di approvvigionamento si normalizzeranno e i flussi di esportazione si riprenderanno giocherà un ruolo chiave nel determinare quanto del premio di rischio geopolitico rimarrà incorporato nel mercato”.

OSTACOLI ASSICURATIVI E PRATICI PER GLI ARMATORI INTERNAZIONALI

Oltre alle complessità prettamente estrattive nei giacimenti, la catena logistica marittima deve superare barriere burocratiche e commerciali non indifferenti. Diverse compagnie di navigazione internazionali hanno espresso apertamente la volontà di muoversi con i piedi di piombo, specificando che attenderanno la completa formalizzazione dell’accordo diplomatico, programmata per venerdì, prima di impartire ai propri comandi navali l’ordine di tentare la delicata traversata dello Stretto. Il timore delle sanzioni residue o di incidenti isolati frena gli armatori.

Persino per quelle società di navigazione che si dicono pronte e disposte ad affrontare immediatamente il canale, i tempi tecnici per la rinegoziazione e l’organizzazione delle coperture assicurative belliche, uniti alla risoluzione di complesse questioni di natura puramente pratica, rischiano di generare ulteriori e pesanti ritardi sulla tabella di marcia. Di conseguenza, l’intesa per restituire stabilità allo Stretto di Hormuz potrà sì decretare la conclusione formale del conflitto armato tra Washington e Teheran, ma per l’intera industria globale del petrolio e del gas questo accordo rappresenta soltanto il chilometro zero di un percorso di riabilitazione economica strutturale che si preannuncia decisamente lungo e tortuoso.