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News18 Giugno 2026 15:17

OPEC, la domanda di petrolio crescerà fino al 2050: per il cartello nessun picco all’orizzonte

Il rapporto World Oil Outlook 2026 evidenzia il rallentamento della transizione verde in Occidente. Contestate le stime dell’AIE mentre si prevede il plateau dello shale oil statunitense dopo il 2030.

La domanda globale di greggio continuerà a espandersi in modo robusto nei prossimi quattro anni, smentendo le teorie di un imminente declino strutturale e proiettando una crescita persino superiore nel lungo termine. È quanto emerge dal rapporto “World Oil Outlook 2026”, pubblicato dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). Nel suo documento ufficiale, l’organizzazione ha delineato uno scenario caratterizzato da una solida tenuta dei consumi energetici tradizionali, spinta da un’inversione di rotta globale nelle politiche ambientali di molti governi.

Il cartello, che conta oggi 11 paesi membri e la cui stabilità economica dipende in larghissima parte dalle entrate fiscali derivanti dall’estrazione di idrocarburi, si mostra decisamente più ottimista rispetto ad altri osservatori internazionali. Secondo i dati aggiornati, la richiesta mondiale di greggio si attesterà a 105,1 milioni di barili al giorno nel 2025 per poi salire fino a 113,3 milioni di barili quotidiani entro il 2030, mantenendo invariate le stime rispetto alla rilevazione dello scorso anno per questa specifica finestra temporale. Per rimanere costantemente aggiornati sulle dinamiche competitive del comparto energetico globale, gli analisti fanno spesso riferimento a strumenti specializzati come la newsletter quotidiana Reuters Power Up.

I NUMERI DEL RAPPORTO E IL CONFRONTO CON LE STIME DELL’AGENZIA INTERNAZIONALE DELL’ENERGIA

Allungando lo sguardo fino alla metà del secolo, l’OPEC ha addirittura corretto al rialzo le proprie stime, fissando il target di consumo per il 2050 a ben 124 milioni di barili al giorno, un dato superiore rispetto ai 122,9 milioni calcolati nel precedente rapporto. La posizione istituzionale, storicamente legata all’immagine della sua sede principale a Vienna, in Austria — ritratta in celebri foto d’archivio come quelle del maggio 2024 firmate dal fotografo Leonhard Foeger —, ribadisce con forza che non vi è alcun picco della domanda all’orizzonte.

Questa visione diverge profondamente dalle proiezioni elaborate dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). L’organismo parigino, infatti, ha affermato lo scorso novembre che la domanda globale si stabilizzerà sui 113 milioni di barili al giorno entro la metà del secolo, dopo aver precedentemente ipotizzato il raggiungimento del picco massimo entro il 2029. La discrepanza tra le due visioni evidenzia il forte scontro analitico in atto tra chi scommette su una rapida decarbonizzazione e chi, come il cartello dei produttori, riscontra una forte resistenza dei combustibili fossili sul mercato internazionale.

IL NUOVO SCENARIO DELLE POLITICHE ENERGETICHE TRA CRISI GEOPOLITICHE E DIRETTIVE USA

Le stime ottimistiche del cartello arrivano in un momento storico particolarmente complesso. L’OPEC si trova ad affrontare sfide senza precedenti: la guerra in corso in Iran ha costretto i principali esportatori del Golfo Persico ad applicare drastici tagli alle proprie esportazioni, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno scosso gli equilibri interni decidendo di abbandonare il gruppo dopo quasi sessant’anni di adesione. Nonostante queste turbolenze, l’organizzazione ritiene che l’espansione dei consumi sarà sostenuta dallo sviluppo a lungo termine di aree chiave come l’India, il Medio Oriente, l’Africa e l’America Latina, fattori che compenseranno ampiamente gli “impressionanti progressi” compiuti dalla Cina nella transizione verso le energie rinnovabili. A mutare il quadro generale sono state soprattutto le variazioni regolatorie introdotte nelle economie occidentali.

Nel testo si legge infatti: “La maggiore attenzione alla sicurezza energetica e all’accessibilità economica dell’energia ha modificato il panorama delle politiche energetiche a livello globale. Ciò si riflette negli aggiustamenti e nelle inversioni di rotta delle politiche, che dovrebbero sostenere la domanda di petrolio nel medio e lungo termine.” Tra gli esempi concreti figurano un’adozione dei veicoli elettrici decisamente più lenta del previsto sul mercato europeo e, parallelamente, le riforme strutturali emesse negli Stati Uniti dall’amministrazione del presidente Donald Trump, il cui corso politico ha drasticamente ridotto i sussidi alle fonti rinnovabili, frenato la diffusione dell’auto elettrica e allentato gli standard di efficienza sui consumi di carburante.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI TRA RECORD DI EXPORT E STABILIZZAZIONE DELLO SHALE OIL

Il panorama dei flussi commerciali mostra un profondo riassetto geopolitico. In base ai più recenti dati di tracciamento delle rotte navali, gli Stati Uniti si sono imposti come il più grande esportatore di petrolio al mondo. Questo primato è il risultato combinato del boom produttivo interno, legato all’estrazione di petrolio di scisto, e delle pesanti interruzioni patite dalle esportazioni di Arabia Saudita e Russia a causa di conflitti bellici e sanzioni internazionali. Tuttavia, l’analisi dell’OPEC evidenzia che la produzione statunitense di greggio non convenzionale (shale oil) ha verosimilmente già raggiunto il suo picco storico nel 2025, superando di poco i 9 milioni di barili al giorno.

Per i prossimi anni e fino al 2030, il cartello stima per gli USA una crescita modesta dell’offerta complessiva di liquidi, quantificabile in circa 400.000 barili al giorno, a cui seguirà una fase di sostanziale plateau produttivo. Specularmente, la produzione complessiva dei paesi estranei all’alleanza allargata OPEC+ dovrebbe toccare il proprio punto massimo nei primi anni del 2030. Per poter soddisfare l’intera domanda prevista e garantire la stabilità delle forniture, il rapporto lanca infine un appello per massicci investimenti infrastrutturali nel comparto petrolifero globale, quantificandoli in 17.700 miliardi di dollari da mobilitare entro o in corrispondenza del 2050, una cifra leggermente inferiore rispetto ai 18.200 miliardi di dollari ipotizzati l’anno precedente.