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News10 Giugno 2026 11:50

L’Italia frena per lo shock energetico ma il Pnrr accelera i cantieri e blinda i conti pubblici. RAPPORTO UPB

Roma - L’Italia frena per lo shock energetico ma il Pnrr accelera i cantieri e blinda i conti pubblici. RAPPORTO UPB

Il Rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio fotografa la velocizzazione delle gare d’appalto nei Comuni, mentre il deficit scende sotto la soglia del 3% malgrado l’impennata della spesa per gli interessi sul debito.

A Roma, all’interno della Sala del Refettorio della Camera dei deputati presso il Palazzo del Seminario, l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha diffuso il suo Rapporto sulla politica di bilancio 2026. L’indagine annuale rivela l’immagine di un sistema Paese che ha consolidato la propria affidabilità finanziaria e la solidità dei conti interni, raccogliendo i frutti della gestione prudente mantenuta nel recente passato. Questo rafforzamento strutturale deve però fare i conti con un quadro internazionale segnato da profonde lacerazioni geopolitiche e da vecchie lacune sistemiche mai del tutto superate, elementi che comprimono i margini di manovra e rallentano il ritmo dell’espansione economica nazionale.

La presentazione del volume ha visto l’esposizione della relazione da parte della presidente dell’Upb, Valeria Cavallari, affiancata dalle analisi specifiche portate all’attenzione della platea dai consiglieri Valeria De Bonis e Giampaolo Arachi. L’intento primario del documento è quello di offrire elementi analitici rigorosi al dibattito tra le istituzioni, consentendo di misurare l’efficacia e le ricadute reali dei principali provvedimenti di finanza pubblica adottati in Italia.

RETROMARCIA DEL PIL E LA REAZIONE PRUDENTE DELLE BANCHE CENTRALI

Le simulazioni matematiche elaborate dall’Upb indicano che l’onda d’urto causata dal protrarsi delle ostilità in Medio Oriente costerà all’Italia una flessione della crescita del Pil stimata nello 0,3% per il 2026 e nello 0,4% per il 2027 rispetto alle stime formulate lo scorso febbraio, provocando di contro una fiammata dell’inflazione pari a 1,4 punti percentuali nell’anno in corso e a 1,1 punti nel prossimo. Guardando ai dati interni, dopo un 2025 in cui la dinamica dei prezzi era rimasta ancorata all’1,5% grazie alla discesa dei beni energetici, le conseguenze del conflitto hanno spinto l’indice inflazionistico fino al 3,2% nel solo mese di maggio del 2026.

La tendenza non risparmia il resto del pianeta: la fase di disinflazione globale ha subìto un arresto, con l’inflazione mondiale data in risalita al 4,4% nel 2026 prima di un nuovo allentamento l’anno venturo. Di fronte a questa inversione di tendenza, la Banca Centrale Europea e la Federal Reserve hanno scelto la via della massima cautela, congelando la stagione dei tagli ai tassi e spingendo i mercati a scommettere su possibili stringenti ritocchi all’insù del costo del denaro nella seconda metà dell’anno.

Le previsioni di primavera della Commissione Europea riflettono la debolezza strutturale dell’eurozona, la cui crescita si attesterà allo 0,9% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, con una Germania in faticoso recupero e un’economia statunitense che continua invece a mostrare segni di vitalità. Il commercio globale, reduce da un 2025 vivace e accelerato dalla corsa agli scambi prima dell’introduzione dei dazi americani, subirà una brusca frenata nel 2026 fermandosi al 2,8%, per poi riallinearsi a una normalizzazione del 3,8% stimata per il 2027.

COLPITI AL CUORE DALLO SHOCK ENERGETICO: LA VULNERABILITÀ STRUTTURALE ITALIANA

I focolai di crisi internazionale e le frizioni geopolitiche su scala globale rappresentano infatti il principale fattore di perturbazione per gli attuali equilibri macroeconomici. Guardando agli eventi recenti, il conflitto in Iran esploso tra febbraio e maggio del 2026 ha provocato un blocco quasi totale del transito marittimo nello Stretto di Hormuz, paralizzando le rotte commerciali di tutte le nazioni che si affacciano sul Golfo Persico.

Questa prolungata interruzione ha innescato rincari immediati e violentissimi sulle materie prime, colpendo in modo diretto l’approvvigionamento energetico e riaccendendo tensioni sui prezzi che sembravano sopite. Sebbene il 2025 avesse registrato una temporanea tregua sul fronte dei costi dell’energia non regolamentata, lo scenario reale ha costretto a rivedere marcatamente al rialzo le stime su gas e petrolio inserite all’interno del Documento di finanza pubblica (Dfp) 2026 per i mesi a venire.

Una simile fiammata mette a nudo la fragilità di fondo del modello produttivo italiano, rendendo evidente la necessità impellente di accelerare la transizione verso un paradigma energetico sostenibile dal punto di vista ambientale, strategico e finanziario. Solo così il passaggio alle fonti rinnovabili e l’abbattimento delle emissioni climalteranti potranno trasformarsi in una reale opportunità di sviluppo tecnologico e competitività industriale.

Al momento, l’Italia sconta un pesante deficit di autonomia dovuto alla dipendenza dai combustibili fossili d’importazione e a ritardi evidenti nei processi di elettrificazione dei consumi. Si tratta di criticità croniche che si traducono in bollette elevate per le imprese e per i nuclei familiari economicamente più esposti. In questo contesto, le politiche pubbliche sono chiamate a sostenere in modo deciso i programmi di efficientamento energetico attraverso investimenti pianificati, attivando contemporaneamente reti di protezione sociale per attenuare l’impatto sui cittadini svantaggiati.

UN PIANO EUROPEO PER LE INFRASTRUTTURE STRATEGICHE E I BENI PUBBLICI COMUNI

I grandi mutamenti in corso, che uniscono i temi della sicurezza energetica alla tutela del clima, fino alla difesa comune e alla sfida per la supremazia tecnologica globale, richiedono un impegno finanziario di dimensioni monumentali. Gli analisti dell’Upb avvertono che uno sforzo di tale portata non può essere affrontato con successo attraverso interventi frammentati o su base puramente nazionale dai singoli Stati membri, poiché una strategia isolata comporterebbe costi insostenibili a fronte di un’efficacia ridotta. Diventa perciò imprescindibile elevare il livello del coordinamento a livello europeo, finanziando la creazione di beni pubblici condivisi e potenziando le infrastrutture strategiche transnazionali, capaci di canalizzare capitali pubblici e privati verso i nuovi traguardi strategici dell’Unione.

IL PNRR SPINGE LA CRESCITA E REVENTA LA MACCHINA DEI COMUNI

In un mare così agitato, il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta l’ancora di salvezza per sostenere l’attività economica interna. In base ai modelli econometrici dell’Upb, le misure aggiuntive del Pnrr – ovvero quelle spese e quegli investimenti che non sarebbero esistiti con la legislazione precedente – regaleranno 0,5 punti di crescita al Pil quest’anno, portando il beneficio complessivo sul livello della ricchezza nazionale a circa 1,8 punti percentuali nel 2026.

Negli anni a venire, l’esaurimento progressivo della spesa attenuerà questo stimolo, che scenderà all’1,1% nel 2030. Ciononostante, se i progetti pubblici sapranno mantenere standard elevati di efficienza e una forte capacità di attrazione verso i capitali privati, gli impatti positivi sul livello del Pil potrebbero prolungarsi ben oltre la scadenza naturale del piano, raggiungendo il 2,6% nel 2030. Gli esperti ricordano comunque che, a parità di indebitamento, una quota di tali interventi sarebbe stata verosimilmente realizzata o rimpiazzata da investimenti alternativi anche senza il supporto europeo, offrendo in ogni caso un sostegno alla crescita.

La metamorfosi indotta dal piano sta ridisegnando l’operatività dei Comuni, modificando in profondità i meccanismi di assegnazione delle opere pubbliche. I bandi legati alle risorse europee viaggiano a una velocità superiore, mostrando una riduzione media di 32 giorni nei tempi di aggiudicazione, un incremento delle aggregazioni tra stazioni appaltanti (+17,8%) e un mercato che vede una quota più rilevante di piccole e medie imprese (+13%).

Risultati che dipendono strettamente dalle doti organizzative intrinseche delle singole amministrazioni e dal bagaglio di competenze del personale addetto alle procedure di gara. I primi riscontri legati alla svolta digitale lasciano intravedere un potenziamento duraturo della capacità gestionale dei Comuni. Segnali di accresciuta competitività si registrano persino nelle gare non finanziate dal Pnrr, dove il numero di offerte è salito del 22,4% (+0,4 concorrenti in media) con sconti di aggiudicazione superiori di 0,8 punti percentuali, sebbene i tempi burocratici per l’affidamento rimangano più lunghi (+12 giorni).

La vera eredità del Pnrr dipenderà dalla capacità di trasformare queste eccezioni virtuose in pratiche ordinarie della Pubblica Amministrazione, investendo in competenze tecniche stabili, piattaforme digitali, cooperazione tra enti locali e monitoraggio costante dei cantieri, scongiurando il rischio di un blocco delle riforme una volta terminati i fondi comunitari.

STAGNAZIONE DELLA PRODUTTIVITÀ E I PARADOSSI DEL MERCATO DEL LAVORO

I consuntivi relativi al 2025 indicano una crescita economica piatta, con il Pil italiano salito appena dello 0,5%, un dato inferiore alla media dell’area euro per il secondo anno consecutivo. Nonostante l’occupazione abbia registrato un incremento di 180.000 posti di lavoro e il tasso di disoccupazione sia sceso al 6,1%, restano irrisolti nodi strutturali profondi. Nell’ultimo anno la popolazione attiva in età da lavoro si è contratta di oltre 70.000 unità, a fronte di una platea di inattivi che supera i 12 milioni di persone, composta per due terzi da donne.

In un Paese segnato da un invecchiamento demografico galoppante, l’espansione dell’economia dipenderà in modo cruciale dalla capacità di accrescere la partecipazione al mercato occupazionale e di valorizzare le competenze.

Sul fronte dei redditi, l’aumento del 3,1% delle retribuzioni contrattuali nel 2025 ha concesso una boccata d’ossigeno al potere d’acquisto, ma i salari orari reali restano inferiori di oltre l’8% rispetto ai livelli medi registrati nel 2020. Il vero problema di fondo rimane l’andamento asfittico della produttività: senza un salto di qualità nell’efficienza del sistema sarà impossibile garantire nel tempo la crescita dei redditi, la tenuta del welfare e la stabilità dei conti pubblici.

TRAIETTORIA DEL DISAVANZO E IL RIALZO DELLE SPESE PER INTERESSI

Sul versante dei bilanci dello Stato, nel 2025 il deficit delle Amministrazioni pubbliche si è attestato al 3,1% del Pil, in discesa rispetto al 3,4% del 2024 e inferiore di 0,2 punti percentuali rispetto alle stime del Piano strutturale di bilancio, nonostante il peso delle spese in conto capitale legate ai bonus per l’edilizia.

L’avanzo primario ha guadagnato terreno salendo allo 0,8% del Pil (dallo 0,5% precedente) e, sebbene l’andamento della spesa netta abbia oltrepassato i tetti fissati dalle autorità europee, la Commissione Ue ha considerato l’Italia in linea con le regole del Patto di stabilità. I quadri programmatici indicano un’ulteriore flessione del disavanzo al 2,9% nel 2026, ponendo le premesse per l’archiviazione della procedura per deficit eccessivo nel 2027, con un percorso a legislazione vigente che mira al 2,1% nel 2029.

A destare preoccupazione tra gli esperti dell’Upb è però l’evoluzione della spesa per interessi: dopo essere rimasta inchiodata al 3,9% del Pil nel 2025, è prevista in crescita fino a toccare il 4,5% nel 2029, trainata dal rialzo dei rendimenti obbligazionari alimentato dalle tensioni internazionali. L’organismo di controllo sottolinea come sarebbe stato utile inserire nel Dfp indicazioni programmatiche più definite sulla prossima manovra finanziaria, specialmente a fronte del rischio tangibile di uno sforamento del limite di crescita della spesa netta calcolato per il 2027.

IL PICCO DEL DEBITO PUBBLICO TRA PRIVATIZZAZIONI E SCENARI AVVERSI

Il rapporto tra debito pubblico e Pil ha registrato un sussulto nel 2025 portandosi al 137,1% (+2,4% rispetto all’anno precedente), risentendo della dinamica stock-flussi, degli effetti contabili legati ai crediti d’imposta per l’edilizia e della crescita della liquidità detenuta dal Tesoro.

Le stime prevedono il raggiungimento di un picco al 138,6% nel 2026, seguito da una discesa progressiva a partire dal 2027, fino a scendere al 136,3% nel 2029. Questa traiettoria discendente resta tuttavia vincolata al successo del piano di dismissioni del patrimonio pubblico, con entrate da privatizzazioni stimate allo 0,8% del Pil nel triennio tra il 2026 e il 2028, e alla contestuale riduzione dei depositi liquidi del ministero dell’Economia.

Nell’eventualità di uno scenario economico sfavorevole, caratterizzato da prezzi dell’energia stabilmente alti e da una crescita reale inferiore alle attese, il debito potrebbe schizzare verso la soglia del 140% del Pil già nel corso del 2026.

Guardando al lungo periodo, le simulazioni dell’Upb indicano che il rapporto debito/Pil continuerebbe a calare, ma a ritmi molto meno decisi rispetto a quanto ipotizzato nel Piano strutturale di bilancio, posizionandosi al 135,4% nel 2031 e al 123,8% nel 2041, ossia circa 10 punti percentuali sopra i target fissati dall’esecutivo.

FISCO COMPLESSO: EQUITÀ DA RITROVARE E RECORD RISCOSSIONE DA EVASIONE

L’analisi dell’architettura fiscale mette in luce un progressivo allontanamento dal principio di equità orizzontale, causato dall’accentuata progressività dell’Irpef sui redditi da lavoro dipendente a cui fa da contraltare la continua estensione dei regimi sostitutivi ad aliquota fissa per altre categorie.

L’adozione di moderni strumenti digitali ha impresso una svolta alle attività di controllo e incentivato l’adempimento spontaneo dei contribuenti, spingendo il recupero complessivo derivante dal contrasto all’evasione fiscale alla cifra record di 36,2 miliardi di euro nel 2025, con un incremento di 2,8 miliardi.

Nonostante questo passo in avanti, l’Italia si colloca ancora tra i Paesi con i tassi di fedeltà fiscale più bassi in Europa, penalizzata da sacche diffuse di evasione dell’Irpef tra i lavoratori autonomi, da inefficienze storiche nella riscossione dei tributi degli enti locali e da ampi margini di miglioramento nello sfruttamento delle banche dati per mappare i profili di rischio.

RIFORMA DEGLI INCENTIVI AZIENDALI E STRATEGIE DEMOGRAFICHE DI LUNGO PERIODO

Parallelamente, l’Upb evidenzia l’urgenza di una profonda opera di razionalizzazione del sistema di aiuti pubblici destinati alle imprese, oggi frammentato in un assetto caotico e stratificato nel tempo. Diventa prioritario stabilire criteri oggettivi e trasparenti per selezionare i progetti meritevoli di sostegno finanziario, concentrando i fondi disponibili nei settori a maggior valore strategico e a vantaggio delle aziende dotate di minore capacità autonoma di investimento, azzerando i fenomeni di dispersione delle risorse e alleggerendo i pesanti oneri burocratici che gravano sulle imprese.

Questo riordino deve muoversi in perfetta sinergia con una tassazione societaria coerente con le linee guida della riforma fiscale, premiando il reinvestimento degli utili, lo sviluppo tecnologico e la patrimonializzazione delle strutture produttive, tutelando al contempo la neutralità del prelievo.

Sul fronte sociale, l’assottigliamento della forza lavoro in età attiva e il rapido invecchiamento dei cittadini comporteranno un aumento automatico e inevitabile della spesa previdenziale, sanitaria e assistenziale, il cui culmine è previsto attorno al 2040.

Per gestire questa transizione è cruciale allargare la base occupazionale, valorizzare il capitale umano e governare con lungimiranza i flussi migratori in entrata. Al fine di salvaguardare la tenuta finanziaria del comparto pensionistico nel medio e lungo termine, l’autorità ritiene indispensabile non intaccare l’aggancio automatico tra i requisiti anagrafici per il ritiro dal lavoro e le aspettative di vita della popolazione.

La crescita potenziale rappresenta la vera scommessa per il futuro economico dell’Italia. Con spazi di bilancio ridotti ai minimi termini e trend demografici penalizzanti, l’innalzamento dell’efficienza del sistema produttivo diventa il fattore decisivo per sostenere l’occupazione, difendere la competitività sui mercati ed evitare il dissesto dei conti pubblici.

Poiché la competizione globale si gioca ormai sulla frontiera tecnologica, il ritardo accumulato dall’Italia nell’adozione di soluzioni innovative costituisce una debolezza pericolosa. Accelerare la diffusione delle tecnologie digitali avanzate e dell’intelligenza artificiale è un passaggio obbligato per elevare la produttività e consentire un aumento reale delle retribuzioni dei lavoratori. Questo traguardo richiede un investimento strutturale sul capitale umano, elevando i tassi di scolarizzazione, promuovendo le competenze scientifico-tecnologiche e sostenendo la formazione professionale continua lungo l’intero arco della vita attiva.

In sintesi, sebbene la stabilità dei mercati finanziari rimanga un presupposto fondamentale per qualunque ipotesi di sviluppo, essa da sola non è sufficiente. L’instabilità dello scenario internazionale impone la necessità di creare riserve di bilancio adeguate per assorbire eventuali shock futuri.

In una condizione di scarsi spazi fiscali, la vera sfida risiede nella capacità di selezionare rigorosamente le priorità della spesa pubblica, focalizzando le risorse economiche sui progetti capaci di generare il massimo impatto economico e sociale. Come ricordato dal vertice dell’organismo di controllo nel sottolineare il valore cruciale delle scelte pubbliche, “questo è il momento per farlo”.

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