“Ieri mattina, durante un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti dedicato agli investimenti nella meccanica quantistica, gli organizzatori americani hanno parlato di un vero e proprio “rinascimento industriale italiano”, richiamando la nostra storia e la nostra capacità di visione. È ciò che si attendono oggi dall’Italia”.
Così il Ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, in un intervento all’Assemblea Pubblica Confindustria Assoimmobiliare 2026 – “RIGENERARE IL PAESE: L’impatto del Real Estate sullo sviluppo economico”.
“Innanzitutto, per il Ministero delle Imprese è necessario partire dai numeri, che troppo spesso vengono sottovalutati nel dibattito pubblico, soprattutto in una fase in cui il confronto è sempre più condizionato dai social e sempre meno dall’analisi dei dati reali.
Il settore immobiliare vale il 19,5% del PIL italiano, in linea con la media europea, e rappresenta quindi un comparto strutturale della nostra economia. Il 60% del patrimonio delle famiglie italiane è investito in attività immobiliari, un dato che distingue il nostro Paese da gran parte dell’Europa.
I mutui e i finanziamenti al settore rappresentano circa un terzo degli impieghi bancari. Il gettito fiscale generato dal comparto, tra imposte sulle transazioni e altre entrate, supera i 43 miliardi di euro all’anno, pari all’8% del totale delle entrate fiscali.
Perché ricordo questi numeri? Perché questo Governo, diversamente da quanto avvenuto in passato, cerca sempre di allineare le esigenze del sistema economico con quelle della finanza pubblica.
Ne è dimostrazione il fatto che il rapporto tra deficit e PIL, che prima del nostro insediamento superava l’8%, si è ridotto al 3,1%, con l’obiettivo di portarlo sotto il 3%.
Dobbiamo sempre tenere conto, come farebbe una buona famiglia, dell’equilibrio dei conti pubblici e del contributo che ogni settore offre alla loro sostenibilità, comprese le entrate fiscali che il vostro comparto garantisce.
Nel 2025 il mercato ha confermato una significativa vitalità: sono state registrate 777.000 compravendite, con un aumento del 6,4%. Il volume delle transazioni residenziali ha raggiunto i 124 miliardi di euro, mentre le erogazioni di mutui sono cresciute del 25% rispetto all’anno precedente.
Si tratta quindi di un mercato in crescita. L’Italia cresce e questo è certamente un dato positivo. Tuttavia, un mercato in crescita deve funzionare bene per tutti e in tutto il Paese. Su questo fronte resta ancora molto lavoro da fare.
Come ricordava il Presidente, il valore del real estate italiano è significativo, circa 780 miliardi di euro. Tuttavia, soltanto il 17% è detenuto da investitori istituzionali, una quota inferiore rispetto a quella registrata in altri Paesi europei con cui dobbiamo confrontarci.
Si tratta di un divario che dobbiamo colmare attraverso un lavoro costante nei prossimi mesi e negli anni a venire.
Anche il mercato degli affitti presenta enormi margini di sviluppo. Gli alloggi in locazione rappresentano circa il 13% dello stock abitativo, una percentuale molto inferiore a quella dei principali mercati europei.
Questo limite condiziona la crescita complessiva del sistema produttivo. Lo ha evidenziato più volte anche il Presidente di Confindustria, che sin dall’inizio del suo mandato ha posto il tema della carenza di alloggi per i lavoratori.
In 23 province italiane, quasi tutte collocate nel Nord del Paese, esiste un forte squilibrio tra domanda e offerta di lavoro. Spesso le posizioni disponibili non vengono coperte perché i lavoratori non riescono a trovare o sostenere economicamente un’abitazione nelle aree interessate.
Su questo dobbiamo intervenire con decisione. Stiamo già lavorando, ma è necessario accelerare.
Il rapporto dell’Istituto Bruno Leoni, presentato oggi, offre una diagnosi chiara: i problemi si concentrano soprattutto sul lato dell’offerta.
Per anni abbiamo sostenuto la domanda attraverso incentivi, bonus e agevolazioni, non sempre efficaci. Abbiamo invece investito meno nel rendere possibile e conveniente l’offerta.
Eppure soltanto un’offerta adeguata può rispondere in modo strutturale alla scarsità di spazi abitativi nelle nostre aree urbane e, in particolare, nelle aree più produttive del Paese.
Da questa analisi nasce il Piano Casa del Governo.
Non si tratta di un bonus né di un intervento occasionale. È un cambio di paradigma. Per la prima volta l’abitare viene riconosciuto come una priorità strutturale della politica pubblica e come componente essenziale di una più ampia politica industriale.
Per trovare un precedente dobbiamo tornare agli anni Cinquanta, quando i primi governi della Repubblica seppero realizzare un piano edilizio capace di rispondere alle esigenze dell’Italia di allora.
Il nostro Decreto Casa si fonda su tre pilastri.
Il primo riguarda il patrimonio pubblico esistente. Oggi esistono circa 60.000 alloggi popolari inutilizzati, degradati ma potenzialmente assegnabili. È un paradosso inaccettabile in un Paese che vive una conclamata emergenza abitativa.
Per questo il piano prevede un programma straordinario di recupero, accompagnato dalla nomina di un commissario straordinario e da un pacchetto di semplificazioni amministrative.
Recuperare abitazioni già costruite, senza ulteriore consumo di suolo, è la scelta più razionale.
Lo stesso principio vale anche per i siti produttivi. Dobbiamo impegnarci a preservare ogni area industriale del Paese, perché ogni stabilimento che chiude deve poter essere riconvertito a nuove attività produttive.
Se rinunciamo alle aree industriali, non potremo sostenere né lo sviluppo né la riconversione del nostro sistema produttivo.
L’utilizzo efficiente del suolo deve diventare una priorità della politica pubblica, soprattutto in un Paese come l’Italia.
Il secondo pilastro riguarda la concentrazione delle risorse pubbliche.
Oggi le risorse nazionali e regionali destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa sono distribuite tra numerosi strumenti. Intendiamo riunirle in un fondo di investimento gestito da Invimit SGR, con comparti dedicati alle singole regioni, per un valore complessivo superiore ai 10 miliardi di euro.
Vogliamo costruire un sistema più ordinato, efficiente e verificabile, capace di coordinare Stato e Regioni e di superare una frammentazione che non ha favorito il sistema italiano.
Il terzo pilastro, quello decisivo, è l’attivazione del capitale privato.
Questa sfida riguarda il settore immobiliare, ma anche l’intero sistema produttivo nazionale. È necessario mobilitare il risparmio degli italiani, consapevoli che lo Stato da solo non può risolvere il problema.
I vincoli di bilancio sono noti e devono essere rispettati, anche per consegnare alle future generazioni un Paese più solido.
Per questo prevediamo semplificazioni burocratiche concrete e procedure accelerate. Per gli investimenti superiori a un miliardo di euro sarà previsto un commissario incaricato di rilasciare un provvedimento unico autorizzativo.
In cambio, il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere destinato all’edilizia convenzionata, con prezzi di vendita o canoni di locazione ridotti di almeno il 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo minimo che ci siamo posti è la realizzazione di 100.000 alloggi nell’arco di dieci anni.
Parlo di obiettivo minimo perché sono convinto che, lavorando insieme, potremo raggiungere risultati ancora più ambiziosi.
Tuttavia, una politica industriale non può limitarsi all’abitazione. Deve riguardare l’intero comparto immobiliare.
Siamo consapevoli che il Piano Casa non rappresenta un punto di arrivo, ma un punto di partenza per una strategia più ampia, capace di valorizzare un settore decisivo per il futuro del Paese.
Nella sua relazione, il Presidente Albertini Petroni ha richiamato temi fondamentali come hospitality, logistica, data center, infrastrutture digitali e retail.
Anche noi abbiamo cercato di delineare una politica industriale che, attraverso il confronto costante con le associazioni di categoria, si arricchisce e si sviluppa ogni giorno.
Sappiamo che le transizioni digitale ed energetica passano anche attraverso le infrastrutture fisiche. Lo vediamo nei cantieri aperti in tutto il Paese, nelle reti in fibra ottica, negli interventi di efficientamento energetico e nelle nuove infrastrutture tecnologiche.
Data center, logistica moderna, spazi di lavoro adeguati e competitività industriale sono elementi strettamente collegati.
Non può esistere un’industria competitiva senza un territorio capace di sostenerla.
Abbiamo quindi bisogno di un mercato immobiliare che accompagni, anziché frenare, la trasformazione del sistema produttivo italiano.
Questo richiede maggiore flessibilità nelle destinazioni d’uso, certezza normativa, chiarezza nei titoli edilizi e minore rigidità regolatoria.
Gli investimenti stranieri nel nostro Paese stanno crescendo in modo significativo. Durante il Governo Meloni sono aumentati gli investimenti esteri nella Borsa italiana, nei titoli di Stato, nel turismo e nel settore immobiliare, in particolare nella realizzazione di strutture alberghiere di alta gamma.
Dobbiamo proseguire su questa strada offrendo regole certe e stabili nel tempo, che non cambino continuamente né con l’alternanza dei governi né con quella delle legislature.
Una sfida decisiva riguarda gli investimenti istituzionali.
Il mercato italiano del commercial real estate genera investimenti annui medi pari a circa 11-12 miliardi di euro, poco più dello 0,5% del PIL e appena un terzo della media dei principali mercati europei.
Questo divario non si colma con l’ottimismo, ma con le riforme, con la volontà di realizzarle e con la capacità di lavorare insieme.
Per questo vogliamo collaborare con voi in una prospettiva strategica, individuando le soluzioni necessarie per aumentare la competitività del sistema e attrarre un volume crescente di investimenti istituzionali nel nostro Paese.
Credo che questo sia anche il significato più profondo dell’incontro di oggi”.