L’indagine della BCE rivela che l’uso avanzato è guidato da pressione dei concorrenti e investimenti bancari, ma mancano competenze tecniche e infrastrutture adeguate.
Nonostante oltre il 70% delle imprese dell’area euro dichiari di aver già integrato soluzioni di intelligenza artificiale nei propri flussi di lavoro, solo una ristrettissima élite, pari al 7%, ne fa un uso “intensivo” capace di spostare l’ago della bilancia della produttività macroeconomica. L’allarme emerge da un’analisi pubblicata oggi, sul blog ufficiale della Banca Centrale Europea a firma degli esperti David Chaloupka, Tibor Lalinský e Paloma Lopez-Garcia.
Lo studio, basato sull’indagine SAFE (Survey on the Access to Finance of Enterprises) condotta su un campione di oltre 5.000 aziende, mette in luce un paradosso: sebbene la diffusione della tecnologia stia accelerando, la sua capacità di trasformare i processi core rimane un fenomeno raro, confinato a realtà capaci di superare barriere strutturali e finanziarie significative.
IL DIVARIO TRA SPERIMENTAZIONE E INTEGRAZIONE STRATEGICA
I dati raccolti nell’ultimo trimestre del 2025 indicano che la soglia d’ingresso per l’IA è ormai stata varcata dalla maggioranza delle imprese, con una previsione di ulteriore crescita degli investimenti per il 2026. Tuttavia, per la maggior parte dei soggetti si tratta di un utilizzo moderato o infrequente, spesso limitato a compiti di routine. Al contrario, le aziende che utilizzano l’IA in modo intensivo — applicandola a funzioni chiave per generare valore — sono quelle che mostrano i maggiori margini di efficienza. Sorprendentemente, l’uso profondo della tecnologia non è appannaggio esclusivo dei giganti industriali: sebbene la probabilità di adottare l’IA cresca con le dimensioni aziendali, l’intensità d’uso è proporzionalmente più comune tra le piccole imprese e le realtà più giovani, attive da meno di un decennio.
LE MOTIVAZIONI: DALLA RIDUZIONE DEI COSTI ALL’INNOVAZIONE
Ciò che distingue nettamente i leader digitali dagli inseguitori sono gli obiettivi strategici. Mentre le aziende in una fase embrionale di adozione puntano quasi esclusivamente sul miglioramento dell’efficienza operativa e sul taglio dei costi, gli utenti intensivi vedono nell’IA un volano per la crescita e l’espansione. Questi ultimi menzionano con frequenza molto più alta l’incremento occupazionale, il potenziamento delle attività di ricerca e sviluppo (R&S) e la creazione di nuovi prodotti o servizi. L’IA, in questi casi, non serve a “fare meno”, ma a “fare meglio e di più”, diventando il motore di un modello di business proiettato verso il futuro.
LA PRESSIONE DEI CONCORRENTI COME MOTORE DELL’ADOZIONE
Un fattore psicologico e di mercato determinante per l’intensificazione tecnologica è la cosiddetta “pressione dei pari”. Lo studio evidenzia come le aziende consolidate si sentano spesso minacciate sia dalle startup tecnologicamente avanzate che dai concorrenti diretti più performanti. Quando una società percepisce che i propri rivali stanno investendo massicciamente, tende a intensificare il proprio utilizzo dell’IA per evitare un declino competitivo. Questo effetto è particolarmente evidente nei settori ICT e dei servizi professionali, caratterizzati da un alto dinamismo, una forte quota di imprese esportatrici e una costante esposizione alla concorrenza internazionale.
IL NODO DEI FINANZIAMENTI E IL RUOLO DELLE BANCHE
Passare da un uso marginale a uno intensivo richiede risorse finanziarie che vanno ben oltre l’acquisto di semplici licenze software. L’integrazione profonda dell’IA comporta ristrutturazioni aziendali a lungo termine e lo sviluppo di soluzioni personalizzate che difficilmente possono essere coperte da fondi propri o credito commerciale a breve termine. L’indagine SAFE rivela che l’84% degli utenti intensivi ha effettuato investimenti strutturali, destinando in media il 20% del budget totale ad attività correlate all’IA.
In assenza di un accesso fluido ai mercati dei capitali, le imprese dell’area euro dipendono ancora pesantemente dai prestiti bancari per finanziare questa transizione. È emerso inoltre che la proprietà pubblica sembra favorire l’adozione della tecnologia, probabilmente per una maggiore propensione del management professionale verso l’innovazione, mentre la quotazione in borsa non garantisce automaticamente un salto di qualità nell’intensità d’uso.
BARRIERE TECNICHE E NECESSITÀ DI SUPPORTO POLITICO
Nonostante l’entusiasmo per il potenziale dell’IA, la strada verso un’adozione di massa rimane costellata di ostacoli. Il 40% delle imprese interpellate segnala come criticità principale la carenza di competenze specifiche, seguita dalla percezione di una limitata utilità delle tecnologie attuali per le proprie esigenze specifiche (28%) e dall’incompatibilità con i sistemi informatici già esistenti (26%). Per sbloccare questo stallo e generare reali vantaggi macroeconomici, gli autori dello studio suggeriscono interventi politici mirati.
“Programmi di formazione applicati per manager e specialisti IT, insieme a servizi di consulenza sovvenzionati, potrebbero aiutare le aziende a rafforzare le competenze necessarie”, spiegano gli esperti della BCE, sottolineando come la condivisione di casi d’uso di successo sia fondamentale per sensibilizzare il tessuto produttivo, specialmente quello delle medie e piccole imprese, sul reale potenziale della rivoluzione digitale in corso.