Il 69% vuole nelle vicinanze parchi eolici e/o fotovoltaici. Bocciata dal 65% del campione la politica energetica pro fossili dell’Esecutivo e il 66% dice di non volere centrali nucleari, in assoluto o entro 100 km
Dalle ondate di calore agli eventi meteo estremi, dal caro bollette a quello dei carburanti, in Italia i cittadini e le cittadine hanno le idee chiare. Per contrastare la crisi climatica, ridurre la dipendenza dall’estero e il costo della bolletta, e al tempo stesso fronteggiare la “cooling poverty” (povertà di raffrescamento), la Penisola deve accelerare su rinnovabili, accumuli e reti. A chiederlo al Governo è il 44% dei cittadini secondo i quali l’Esecutivo deve incentivare la produzione e l’impiego delle fonti pulite (è la risposta più caldeggiata dal campione), mentre il 69% si dichiara favorevole ad avere impianti eolici o fotovoltaici nelle vicinanze: in particolare il 38% dice che li accetterebbe entro i 10 km da casa, e il 31% li accoglierebbe entro i 50 km di distanza. Una risposta importante alla cosiddetta “sindrome NIMBY” (“Not In My Back Yard”, ovvero “non nel mio giardino”), promossa da minoranze rumorose che condizionano spesso le politiche nazionali, regionali e locali.
È quanto emerge in estrema sintesi dal nuovo sondaggio Ipsos “Rigenerare il futuro” realizzato per la XIII edizione dell’“Ecoforum nazionale sull’economia circolare” di Legambiente, Kyoto Club, Nuova Ecologia e presentato oggi a Roma. Sul fronte delle azioni politiche, serve un lavoro corale e di squadra da parte di Governo e amministrazioni locali: quest’ultime per il 35% degli intervistati devono snellire i processi autorizzativi. Bocciata, invece, la politica energetica pro fossili e nucleare del Governo. Per il 65% del campione l’Italia paga lo scotto di una forte dipendenza dal petrolio e dalle fonti fossili, uno dei principali motivi che creano instabilità politica e conflitti nel mondo. Sui potenziali benefici del nucleare, per oltre il 50% degli intervistati l’atomo non porterà benefici immediati ma proiettati a lungo termine (tra i 10 e i 20 anni) non rispondendo così alle urgenze del presente per famiglie e imprese. Inoltre, la stragrande maggioranza del campione (66%), conferma di non volere centrali: il 32% non le vuole per niente, mentre il 34% le vuole oltre i 100 km di distanza.
A questi dati si aggiungono quelli sull’economia circolare, altra leva strategica per il Paese su cui, però, occorre accelerare il passo recuperando i ritardi accumulati e sciogliendo le questioni irrisolte. In generale cresce la conoscenza dei cittadini sull’economia circolare che passa dal 70% dello scorso anno all’attuale 78%. Inoltre, per il 45% degli intervistati andrebbe valorizzato il primato UE dell’Italia, paese con la più alta percentuale di riciclo dei rifiuti totali (urbani e speciali, pari al 92,6%). Un dato in generale importante, anche se non bisogna dimenticare che ad oggi l’Italia, denuncia Legambiente, è ancora lontana dal target del 65% di avvio al riciclo dei rifiuti urbani entro il 2035 dettato dalle normative europee e questo si traduce in una mancanza di materiali per far lavorare a regime gli impianti e in un inadeguato recupero di materie prime critiche strategiche.
Nodi da sciogliere e proposte al Governo: Di fronte a questo quadro, l’associazione ambientalista, torna a chiedere al Governo interventi e politiche concrete ed efficaci sia sul fronte delle rinnovabili – snellendo gli iter burocratici, investendo su reti e accumuli, per realizzare tanti impianti, a partire da quelli di taglia grande – sia nell’ambito dell’economia circolare, in particolare su due priorità. La prima è il completamento degli interventi previsti dal PNRR (impianti per prodotti assorbenti per la persona, per il riciclo dei RAEE, etc), sciogliendo i diversi nodi e velocizzando gli iter di autorizzazione e realizzazione degli interventi avviati. A tal proposito è urgente che tutte le Regioni adeguino il proprio Piano regionale rifiuti al Programma nazionale per la gestione dei rifiuti (la scadenza era a fine 2023), così da poter renderlo coerente con le normative europee e poter accedere ad ulteriori fondi, come quelli di coesione per poter portare avanti interventi e investimenti sull’economia circolare anche oltre il PNRR. La seconda priorità è favorire l’impiego delle materie prime seconde, passando per il continuo miglioramento dei sistemi di raccolta differenziata e completando la rete degli impianti di riciclo. In particolare, su questo fronte occorre in primis semplificare l’iter tortuoso di approvazione dei decreti End Of Waste (EOW) e ampliare il mercato incrementando il loro utilizzo nei cicli industriali. Una specifica attenzione lo meritano le materie prime critiche da ottenere attraverso il riciclo dei RAEE, combinando la presenza impiantistica con un’efficace e capillare sistema di raccolta dedicato, sotto la regia di Palazzo Chigi.
“In un contesto globale caratterizzato da crisi climatica, guerre, instabilità geopolitica, crescita dei costi energetici e delle materie prime – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – è importante che l’Italia investa su politiche e investimenti che mettano al centro l’obiettivo dell’indipendenza dall’estero, puntando su innovazione, fonti pulite ed economia circolare. Come emerge anche dal nostro sondaggio, in Italia c’è una maggioranza silenziosa che vuole che il paese imbocchi la via maestra tracciata da rinnovabili e circolarità per portare benefici ai territori, ridurre i costi e aumentare la competitività del Paese. Le istituzioni nazionali, regionali e locali non devono farsi trascinare dagli slogan della minoranza rumorosa che non vuole gli impianti. È fondamentale, a tal proposito, snellire gli iter autorizzativi degli impianti a fonti rinnovabili e istituire un’unità di missione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri per aumentare l’approvvigionamento delle materie prime critiche da riciclo dei RAEE”.
Dall’altro lato non va dimenticato che il PNRR, giunto il 30 giugno a scadenza, e le nuove politiche europee sull’economia circolare renderanno il 2026 un anno spartiacque per l’Italia e per l’UE: una finestra temporale stretta ma strategica, in cui capacità di spesa, attuazione regolatoria e visione industriale dovranno convergere per trasformare gli obiettivi di sostenibilità in risultati concreti e duraturi.
La sfida della filiera del tessile: Tra le filiere strategiche per l’Italia, c’è anche il tessile tra i temi di EcoForum 2026. Per Legambiente l’approvazione del sistema EPR per il tessile e l’attivazione di iniziative di informazione e sensibilizzazione per il miglioramento della raccolta sono imprescindibili, insieme al coinvolgimento della filiera del riuso, già oggi molto attiva in Italia. Bisogna investire, inoltre, nell’innovazione e nella ricerca per efficientare il riciclo dei prodotti tessili, che risulta ancora l’anello debole della catena, insieme all’introduzione e formazione di figure professionali nel campo della moda e del tessile che sviluppino i prodotti secondo i dettami dell’Ecodesign, della durabilità e della riciclabilità.
Oltre il PNRR: L’Ecoforum è stata anche l’occasione per fare un bilancio sul PNRR, il principale strumento finanziario dell’Unione Europea per sostenere la ripresa economica post-pandemica e che ha avrebbe dovuto rappresentare, per l’Italia, una leva decisiva anche per accelerare la transizione ecologica. Con una dotazione complessiva di 194,4 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti, l’Italia, a pochi mesi dalla chiusura del PNRR, ha già incassato oltre 153 miliardi attraverso otto rate approvate dalla Commissione europea ed ha raggiunto il 54% dei target previsti, un risultato superiore alla media UE. Tuttavia, a fronte di questo avanzamento formale, sottolinea Legambiente, la spesa effettiva risulta ancora limitata, con meno della metà dei fondi erogati realmente.
“Oggi sembra di moda attaccare il Green Deal europeo come se fosse la causa delle crisi – economiche e sociali – e non invece una ricetta di concreta politica industriale mirata a tutelare e promuovere il nostro sistema. L’economia circolare lo dimostra molto bene: chi ha investito su sostenibilità e uso efficiente delle risorse ha anche i migliori risultati in termini economici e occupazionali e contribuisce a far sì che l’Italia sia leader in Europa sulla strada della circolarità. Oggi, nel post PNRR, una strada ancora più obbligata per un Paese povero di materie prime come l’Italia, se vogliamo tutelare la competitività delle nostre imprese e ridurre le dipendenze in questa economia globalizzata”, commenta Francesco Ferrante vicepresidente del Kyoto Club.
Focus olio minerale esausto: Tornando al sondaggio Ipsos, commissionato da Legambiente e CONOU, altro tema importante riguarda quello della gestione dell’olio minerale esausto. Dal sondaggio emerge che l’82% degli intervistati ritiene importante e vantaggioso la raccolta e la rigenerazione dell’olio usato. Per quasi un cittadino su due, il vantaggio principale è la “riduzione dell’inquinamento”. Segue, a distanza, la consapevolezza del valore economico e strategico del recupero, con il 22% che indica il “risparmio di petrolio e materie prime”. Si fa strada, in sintesi, tra gli italiani una maggiore consapevolezza sul destino virtuoso dell’olio usato.
“Gli italiani non immaginano che il loro Paese sia di gran lunga più avanzato nella circolarità degli oli minerali anche di Europa e Stati Uniti. Dovrebbero invece sapere che ciò accade perché la Circolarità non è affidata solo al libero mercato e al profitto, ma a un Consorzio che non ha fine di lucro che ogni mattina si sveglia e, pensando alla Circolarità, indica la via alle imprese della filiera”, dichiara Riccardo Piunti presidente del CONOU.
La filiera italiana degli oli minerali usati, rappresentata dal consorzio CONOU, conferma la sua leadership nel mercato europeo. Nel 2025 sono state raccolte 194,5 mila tonnellate di olio usato, pari a oltre il 51% dell’immesso al consumo soggetto a contributo, in linea con il massimo raccoglibile. Oltre il 98% dell’olio usato è stato avviato a rigenerazione per la produzione di nuove basi lubrificanti, un dato che il consorzio confronta con la media europea ferma al 61% di rigenerazione e all’82% di raccolta.